giovedì 27 ottobre 2011

L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

Negli anni Sessanta il regista Franklin J. Schaffner ci aveva presentato un film quasi di “serie B”, ma destinato col tempo a diventare un classico del genere fantascientifico; parliamo de “Il Pianeta delle scimmie” interpretato con grande cura da un roccioso e scolpito Charlton Heston. Dopo una miriade di seguiti, nel 2001, il visionario Tim Burton ci ha regalato un remake del primo di film di Schaffner, un lavoro quasi insolito per il regista di “Edward mani di forbice”, ma comunque da apprezzare per i costumi e le scenografie. Oggi, invece, il regista Rupert Wyatt (in pratica al suo primo lavoro) ci fa scoprire come tutto ebbe inizio, come le scimmie presero il sopravvento sugli uomini, come la fine dell’umanità rappresentò l’inizio per il mondo dei primati.
La trama del film è pressoché scontata: un gruppo di scienziati, attraverso esperimenti genetici sulle scimmie, sta cercando di trovare una cura per combattere il morbo di Alzheimer. Gli esperimenti sembrano dare risultati soddisfacenti, ma qualcosa non torna: sulle scimmie, infatti, si riversano degli effetti collaterali che portano i primati ad un aumento dell’intelligenza. Pian piano questo nuovo potere delle scimmie (come spesso accade) si ritorcerà contro l’uomo stesso, portando ad un caos generale incontrollabile.
I temi trattati nella pellicola di Wyatt sono diversi e tutti di un certo interesse. In primo luogo, sicuramente, c’è da segnalare il tentativo e la solita voglia dell’essere umano di somigliare a Dio cercando di essere più grande di Lui; in questo caso la smania di potere da parte dello scienziato Will Rodman (James Franco) tradotta nella volontà di curare il padre, rappresenterà l’inizio di una catastrofe che nessuno riuscirà più a controllare. Personaggio chiave del film è sicuramente Caesare, la “scimmia domestica” (se così la si può chiamare) di Rodman che scoprirà da sola qual è il suo vero posto ed il suo vero popolo. Caesare scoprirà, grazie al suo “padre umano” il significato delle parole amore ed amicizia, che lo porterà ad esplorare confini mentali mai conosciuti, tanto da non sapere più chi davvero esso sia. Ma purtroppo Caesare comincerà ad assaporare anche il significato di parole quali tradimento e rancore, portando il suo gruppo di scimmie, delle quali ormai è diventato il leader, ad una ribellione e ad una presa di coscienza del loro vero essere.
Un film dunque che offre molti spunti di riflessione; un finale forse un po’ scontato, ma mascherato da un’ottima fotografia ed una sceneggiatura sempre in crescendo senza momenti morti né dialoghi superflui.

Emiliano Sportelli

ARRIETTY

Lo Studio Ghibli non smette mai di stupire; dopo capolavori d’animazione come “Il mio vicino Totoro” e “La principessa Mononoke”, ecco un’ennesima prova di forza dello studio cinematografico giapponese il quale prende per mano la vera animazione con il delicato “Arrietty”.
Dopo essersi trasferito nella sua casa di campagna, Sho, un giovane sofferente di cuore, scopre quasi per caso l’esistenza di una piccola creatura, alta poco più di un pollice che, ormai da tempo, vive con la sua famiglia proprio sotto il pavimento della sua casa. È la piccola Arrietty, una quattordicenne “rubacchiotta” che insieme ai suoi genitori, compie dei piccoli furti nel mondo degli umani con il solo obbiettivo di riuscire a sopravvivere. Tra Sho e Arrietty, due protagonisti di due mondi così vicini, ma anche tanto lontani nascerà una dolce e tenera amicizia che attraverserà i confini della loro diversità fisica.
Basato sul racconto di Mary Norton dal titolo “The Borrowers”, Arrietty diventa adesso un lungometraggio scritto dalla vera mente dello Studio Ghibli Hayao Miyazaki ed affidato alla regia di Hirosama Yonebayashi (film d’esordio del regista giapponese, ma già assiduo collaboratore dello Studio Ghibli).
Un lavoro da sottolineare per alcuni temi senza dubbio profondi: la contrapposizione tra il mondo degli umani e quello dei “rubacchiotti” è sicuramente il nodo centrale; il primo padrone di tutto e tutti, il secondo costretto, per sua stessa natura e per spirito di sopravvivenza, ad approfittare dell’oscurità concessa dalla notte per rubare piccoli “tesori” necessari al proprio sostentamento. Potremmo quasi dire che il tema del possesso tra chi ha tutto (l’uomo) e chi non può avere niente (i rubacchiotti) sia il perno intorno al quale ruota tutto il film di Yonebayashi.
La pellicola inoltre “rapisce” non solo per la poesia delle immagini che da sempre ne hanno fatto un marchio di fabbrica della casa cinematografica nipponica, ma anche per una storia dai tratti fiabeschi che riporta lo spettatore indietro di parecchi anni, quando tutto sembrava più facile, spensierato e magico; quando l’essere bambini ci rendeva capaci di qualsiasi cosa. Non è certo un caso che in Arrietty, sia proprio un bambino di soli dodici anni il primo essere umano ad instaurare un rapporto di amicizia con una minuscola creatura anche lei appena quattordicenne.

Emiliano Sportelli

lunedì 24 ottobre 2011

MALEDETTA PRIMAVERA (2011)

Documentario di Fulvio Grimaldi (scrittore e giornalista internazionale) che parla di ‘arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre NATO’. A pochi giorni dal ritrovamento e dall’uccisione (20 ottobre) del leader libico Muammar Gheddafi e a poche ore dalla chiusura dei seggi per le prime elezioni democratiche in Tunisia (23 ottobre), la visione di questo video fa emergere dubbi pesanti sulla strategia NATO adottata in Libia e sul totale asservimento dei media occidentali alla “versione ufficiale”.
Cosa hanno in comune e di diverso le “primavere” di Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrain, le guerriglie irachene da un lato e dall’altro le rivolte in Libia e in Siria? Qual è la mossa geopolitica che si cela dietro l’intervento NATO in Libia? Chi sono i ribelli e chi i lealisti? Esistono davvero le fosse comuni, i lager per migranti, le armi chimiche, sono davvero avvenuti gli stupri di massa tanto strombazzati dai media? Cosa aveva fatto il capo della “rivoluzione verde” per meritarsi i bombardamenti dell’alleanza atlantica?
L’autore espone la sua tesi del complotto ai danni di Gheddafi e (del leader siriano Bashar al-Assad) adducendo filmati, testimonianze di civili, medici, operatori delle ONG, di studenti libici tornati nel proprio Paese per difenderlo dai nemici colonizzatori, una’intervista esclusiva realizzata con Tiziana Giamanossia a Nasser Adi Saher Atagag, reclutato a Misurata dai ribelli e catturato dalle forze lealiste il 18/03/2011.
Viene fuori uno spaccato della “primavera araba” smaliziato, senza illusioni, privo di retorica e soprattutto un racconto dell'intervento NATO che ha messo da parte i super poteri da "bombardiamo per difendere la popolazione civile contro un feroce dittatore". Lo spettro di un altro Iraq, di un’altra Afghanistan, di un’altra Serbia è lampante. Questo è un documentario che parla stando accanto alla popolazione civile, sotto i bombardamenti, che pone quesiti e prova a dare delle risposte. Da vedere assolutamente!

Per acquistare e organizzare proiezioni del video si veda il blog http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

Lina Rignanese


MALEDETTA PRIMAVERA DI FULVIO GRIMALDI (ARAB REVOLUTIONS 2011) from Armando Bassi on Vimeo.

giovedì 20 ottobre 2011

I CANTI DEL CAOS vol.I

Ho appena terminato la lettura della prima parte di un libro dalle pretese epocali. Parlo dei 'Canti del Caos' di Antonio Moresco. Dico epocale non solo per la mole e per la travagliata fase editoriale (la prima parte è stata pubblicata nel 2001 da Feltrinelli, che ha rifiutato la seconda, uscita, invece, nel 2003 con Rizzoli, il quale, a sua volta, non ha voluto mettere la firma per la terza. Alla fine Mondadori ha pubblicato i tre volumi nel 2009 in un tomo di oltre mille pagine), ma anche per quella che potrebbe essere considerata come una contemporanea discesa negli inferi.
Inferi abitati da personaggi surreali e caratterizzati da situazioni assurde, iper-reali, orrende, violente, oscene, raccapricianti e al tempo stesso grottesche. In mezzo a tutto questo buio spiccano isole di luce: la dolcezza, la poesia, l'amore, la speranza, la forza di lottare contro tutti i mostri pur di salvare la vittima sacrificale danno energia e forza vitale che carburizza l'incedere (sia narrato che letto).
Moresco non indaga nei profili psicologici dei personaggi, non ci sono riflessioni, cadute o risalite coscienti o incoscienti, no. I personaggi agiscono, vivono, forti di una scrittura descrittiva e di un linguaggio semplice, così musicale e incandescente da suonare come un riff di chitarra rock-blues.
L'effetto derivante è quello di tenere coloro che si avvicinano all'opera totalmente attaccato al foglio. Ed è forse proprio il lettore a completare con la sua psicologia la scrittura e a dare un'anima ai personaggi.
Sembra quasi che anche chi legge abbia il suo ruolo in questo romanzo meta-letterario (aspetto che si percepisce dopo non durante la lettura), dove la dimensione del narrato s'intreccia con la dimensione dello scrittore/Matto (degli scrittori) e dell'editore/Gatto, protagonisti della storia.
Di cosa parla il romanzo? Difficile dirlo. Parla di uno scrittore e del suo editore, di una Musa, di Pompina e Ditalina, della donna che urla, dell'Inseminatore, dei trampolieri e dei rollers, dell'art e del copy, della ragazza con l'assorbente e di quella con l'acne, di Meringa, del laringectomizzato, dell'agenzia pubblicitaria, dell'account, di marketing estremo, di pornografia estrema, di depravazione, di gente che va in giro di notte (oltre la notte), di spazi dilatati e di tempi ristretti o al contrario di spazi costretti e di tempi frazionati, d'inseguimenti intercontinentali, di sangue, sperma, merda e di quant'altro possa generare caos o generarsi dal caos.
Un romanzo epocale, dicevo più sopra, ebbene sì, se così non fosse non sarei arrivata alla quattrocentesima pagina sentendo un bisogno fisico di tornare a casa e mettermi a leggerlo. Un romanzo epocale, perché se così non fosse avrei dato alle fiamme il libro, dopo averlo percosso violentemente, in seguito alle prime cento pagine. Un romanzo epocale, perché dopo averlo letto non guardi più le cose notturne nella stessa maniera. Un romanzo epocale perché mi ha indotto alla pornofobia, nel senso di provare una fisica repulsione del porno come economia. Direi quasi un'induzione al vomito.

(Inframmezzerò altre letture prima della seconda parte... è una questione di sopravvivenza...)

Lina Rignanese



Qui sotto un'intervista in due parti che Daria Bignardi fa ad Antonio Moresco nella trasmissione 'Era glaciale':




domenica 16 ottobre 2011

FIGLI DI UNO STESSO SESSO

In Italia ci cono circa 100.000 bambini figli di genitori omosessuali. Secondo una ricerca del 2005, condotta da Arcigay con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni hanno almeno un figlio.
Silvia Manzani (giornalista ed educatrice dell’infanzia) nel suo libro ‘Figli di uno stesso sesso – Abbattere le barriere educative nei confronti delle famiglie omogenitoriali’ (Fernandel ed.) prova a entrare nel mondo di queste nuove famiglie.

Come crescono i bambini con padri gay o mamme lesbiche? Come vivono la loro diversità nei servizi per l’infanzia? E soprattutto come devono porsi gli adulti di fronte a loro e ai loro genitori?

Nonostante gli unici studi scientifici pubblicati dimostrino come la capacità genitoriale non sia legata all’orientamento sessuale (American Psychological Association, 2004), né che l’identità del bambino, l’emotività, la salute psichica, lo sviluppo morale e fisico, la sua capacità interattiva con il mondo esterno siano influenzabili dal fattore sessuale della coppia (American Civil Liberties Union, 2006). Dunque, dinanzi all’assenza di fondamenti scientifici, i critici mettono in campo illazioni basate su pregiudizi sociali. Ad esempio, la difesa a spada tratta del diritto ‘naturale’ detenuto dalla sola famiglia classica, con i ruoli fissi e immutabili di ‘madre’ e del ‘padre’, tiene conto più della forma che non del contenuto. L’autrice afferma in un’intervista: “Ogni bambino nasce in modo naturale, poi chi lo cresce, chi lo educa è un altro discorso. Inoltre, se c’è una buona relazione, se c’è una crescita lineare e c’è l’amore un bambino cresce benissimo”.

I detrattori si accaniscono, inoltre nel rendere impossibili in Italia i due iter indispensabili a procreare per una coppia omosessuale: la fecondazione assistita per le lesbiche e la madre-surrogato per una coppia gay, oppure l’adozione. Quest’ultima appare la strada più complicata. In Italia, nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia sancito nel Gennaio 2008 che anche gli omosessuali hanno diritto ad adottare un bambino, la legislazione è ferma alla legge n.184 del 1983 che prevede l’adozione solo per coppie sposate da almeno tre anni. Evidentemente in assenza del riconoscimento dei matrimoni omosessuali anche l’adozione appare lontana dall’attuazione. L’unico modo per adottare sarebbe quello di trasferirsi all’estero. E sempre fuori dal nostro Paese si deve rivolgere una coppia lesbica o gay per intraprendere l’iter di procreazione all’interno di cliniche private specializzate. Il tutto naturalmente con un dispendio di tempo e denaro che rivelano un privilegio di classe.

Quali sono le difficoltà che un bambino figlio di genitori dello stesso sesso deve affrontare per essere accettato a scuola o nella società?

L’ostacolo più grosso è rappresentato dagli stereotipi e dai pregiudizi di una società, quella italiana, piuttosto chiusa e poco recettiva dinanzi alle evoluzioni sociali.
Si legge in quarta di copertina del libro: “Siamo sicuri che celebrare la festa della mamma o del papà in un nido d’infanzia sia una scelta azzeccata?” La realtà presenta modelli familiari che vanno ben oltre quello classico: nella società esistono da tempo famiglie formate da due papà o da due mamme, esistono anche quelle di mamme che crescono da sole il loro figlio oppure di genitori adottivi. Da questa varietà di famiglie, l’uso del plurale diventa rigoroso e necessario in termini lessicali e pedagogici.


La scienza pedagogica tuttora non si è ancora posta delle domande e quindi dato delle risposte sulla questione. Molte educatrici, assistenti sociali, insegnanti devono improvvisare metodologicamente. Ad esempio, nel libro Silvia Manzani ha intervistato due educatrici di Casalecchio di Reno (BO). Loro hanno inventato la “festa delle famiglie” al posto della festa della mamma o del papà. Un altro metodo che viene fuori dalla ricerca è quello di usare testi, libri dove non ci sia la solita famiglia mamma-papà, ma dove vengano presentati anche altri diversi tipi di famiglie.

Due buoni metodi per far entrare questa e altre diversità nella testa dei bambini e quindi delle future generazioni. Una rivoluzione culturale, dunque, che partirebbe dal basso e dai bambini e ci proietterebbe in una dimensione sociale più etica e civile.

Rimanendo in ambito di coscienza civile e sociale, in molti Paesi europei la situazione è ben più avanzata. A me ha molto sorpreso la naturalezza con cui in Olanda (uno dei Paesi europei più gay friendly e più civili) nell’edizione 2007 del ‘Kinderen voor Kinderen’ (il corrispondente olandese del nostro Zecchino d’Oro) un bambino, figlio adottivo di una coppia gay, ha presentato una canzone in cui esprimeva il suo orgoglio nell’avere due padri che gli vogliono bene. Tanto per fare una comparazione con il nostro Paese, quello stesso anno il festival canoro nostrano è stato vinto da un brano, a mio dire, sempliciotto e iper-buonista-disneyano dal titolo ‘Ma che mondo l’acquario’. Come dire a ognuno il futuro che gli spetta.




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FAMIGLIE ARCOBALENO: ASSOCIAZIONE GENITORI OMOSESSUALI

L’Associazione nasce nel 2005 e s’impegna a tenere alto il dibattito politico e sociale per quel che concerne la normativa a tutela dei diritti dei figli delle coppie omosessuali. Nel 2008 ha presentato una proposta di legge sull’assunzione di responsabilità genitoriale (art. 290-bis Titolo VII del Codice Civile) per la tutela dei figli delle coppie omogenitoriali e in particolare dei diritti e doveri del co-genitore, ad esempio in caso di morte prematura del genitore legale.

L’associazione è presente in tutta Italia e offre servizi di supporto psico-giuridico e didattico per famiglie ed educatori scolastici, oltre alla promozione di attività culturali e di spazi d’incontro per famiglie e bambini.


Qui il testo della Proposta di legge n.1206:
http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/3039


Questo invece il Disegno di legge n.2263 sulla Riforma del Diritto di famiglia:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=16&id=00514827&part=doc_dc&parse=no


Lina Rignanese

lunedì 19 settembre 2011

SUPER 8

Finalmente qualcosa nel cinema riprende a muoversi, dopo un lungo periodo estivo dove le buone pellicole sono state una vera rarità, ecco che ci pensa il regista J.J. Abrams a restituire alla “settima arte” una nuova luce, arricchendo con un piccolo capolavoro il suo repertorio già, comunque, di un certo spessore.
Parliamo ovviamente di “Super 8”, pellicola diretta appunto dal quarantacinquenne newyorkese, ma forgiata dall'unico ed indiscusso Steven Spielberg.

Siamo nell'estate del 1979 ed un gruppo di ragazzini con la loro fedele super 8, lavora alla realizzazione di uno zombie movie; proprio durante le loro riprese, i giovani si ritrovano coinvolti in un incidente ferroviario che riescono, quasi per caso, a filmare; da lì in avanti nella loro cittadina cominciano ad accadere una serie di eventi inspiegabili: automobili ed elettrodomestici che spariscono, persino gli animali sembrano impauriti; ed il colpevole? Una creatura malvagia che tenta con strani mezzi di distruggere la città, o forse qualcuno che è rimasto prigioniero sulla Terra e cerca soltanto di far ritorno a casa?

Il film è un crescendo di emozioni: drammaticità, humour, violenza e sentimento fanno da cornice all'intera pellicola di Abrams il quale, ha la grande idea, sempre dietro consiglio di Spielberg, di dar voce ai più piccoli, a coloro che hanno ancora tutto da imparare, che agiscono seguendo il loro istinto d'avventura e soprattutto il loro cuore e che, proprio per questo, diventano i più adatti per una “missione” di questo tipo.
Sì perché in “Super 8” nonostante Spielberg sia segnalato solo come produttore, risulta chiara la sua aura di mistero e magia che ha da sempre contraddistinto le sue opere cinematografiche.
L'errore poteva soltanto essere uno, quello di ricadere in un “già visto” (alcune scene del film richiamano per certi versi il più celebre E.T.), ma per fortuna così non è stato; Super 8 è senza ombra di dubbio un film degno di nota, un'emozionante ritorno all'età infantile, quando tutto ci sembrava possibile perché eravamo noi gli unici protagonisti.

Emiliano Sportelli

venerdì 16 settembre 2011

NOAM CHOMSKY E L'11 SETTEMBRE



















Guardando all'11/9 dieci anni dopo: gli Usa sono i migliori alleati di Bin Laden

di Noam Chomsky

(traduzione di Paola Lepori)

Siamo al decimo anniversario delle orrende atrocità dell’11 settembre 2001 che, si ritiene comunemente, hanno cambiato il mondo. Il primo maggio, la presunta mente del piano criminale, Osama Bin Laden, veniva assassinato in Pakistan da un commando Statunitense d’elite, i Navy SEALs, dopo essere stato catturato, senza protezione e disarmato, nell’operazione Geronimo.
Un certo numero di analisti ha osservato che, benché Bin Laden fosse stato finalmente ucciso, aveva ottenuto alcuni importanti successi nella sua battaglia contro gli Usa. “Ha sostenuto più volte che l’unica maniera di tenere gli Stati Uniti fuori dal mondo Musulmano e sconfiggere i suoi satrapi era trascinare gli Americani in una serie di piccole ma costose guerre che li avrebbero infine portati alla bancarotta”, scrive Eric Malgoris. “‘Dissanguando gli Stati Uniti’ testuali parole”. Gli Stati Uniti, prima sotto George W. Bush e poi sotto Barack Obama, sono andati dritti incontro alla trappola di Bin Laden… Spese militari grottescamente ingigantite, e l’assuefazione al debito… potrebbero essere l’eredità più perniciosa dell’uomo che pensava di poter sconfiggere gli Stati Uniti” – soprattutto dal momento che l’estrema destra sta cinicamente sfruttando il debito, con l’acquiescenza dell’establishment Democratico, per minare quello che rimane dei programmi sociali, dell’istruzione pubblica, dei sindacati, e, in generale, ciò che resta degli ostacoli alla tirannia delle corporation.
Che Washington fosse destinata a realizzare i ferventi desideri di Bin Laden fu subito chiaro. Come trattato nel mio libro Undici settembre, scritto poco dopo gli attacchi, chiunque avesse familiarità con la regione poteva arrivare alla conclusione “che un attacco massiccio alla popolazione Musulmana sarebbe la risposta alle preghiere di Bin Laden e dei suoi affiliati, e condurrebbe gli Stati Uniti e i loro alleati in una ‘diabolica trappola,’ come ha detto il ministro degli esteri Francese”.
Il funzionario della Cia responsabile della caccia a Osama Bin Laden dal 1996, Michael Scheuer, scrisse poco dopo che “Bin Laden è stato preciso nel descrivere le ragioni per cui ha deciso di muoverci guerra. [Lui] si propone di alterare drasticamente le politiche Statunitensi e Occidentali verso il mondo Islamico,” e ha avuto un ampio margine di successo: “Le forze armate e le politiche Statunitensi stanno completando la radicalizzazione del mondo Islamico, qualcosa che Osama Bin Laden sta provando a fare con grande, sebbene incompleto, successo dai primi anni Novanta. Di conseguenza, penso sia ragionevole concludere che gli Stati Uniti d’America rimangono il solo alleato indispensabile di Bin Laden.” E senza dubbio è ancora così, persino dopo la sua morte.

Il primo 11 Settembre

Esisteva un’alternativa? Con ogni probabilità il movimento Jihadista, gran parte del quale estremamente critico riguardo Bin Laden, poteva essere diviso e indebolito dopo l’11 Settembre. Il ‘’crimine contro l’umanità,’’ com’è stato giustamente definito, poteva essere affrontato come un crimine, con un’operazione internazionale per prendere in custodia i probabili sospettati. Questo venne riconosciuto all’epoca, ma l’idea non fu nemmeno presa in considerazione.
In Undici settembre, ho citato la conclusione di Robert Fisk che “l’orrendo crimine” dell’11 Settembre era stato commesso con ‘’cattiveria e crudeltà inaudita,’’ un giudizio accurato. E’ utile ricordare che i crimini avrebbero potuto essere anche peggiori. Si pensi, per esempio, se l’attacco fosse arrivato al punto di coinvolgere la Casa Bianca, uccidendo il presidente, imponendo una brutale dittatura militare che avesse ucciso decine di migliaia di persone e torturato altre decine di migliaia costituendo al contempo un centro del terrore internazionale che avrebbe aiutato a imporre altrove Stati del terrore e della tortura dello stesso tipo e realizzato una campagna internazionale di omicidi; e come scossa ulteriore, avesse coinvolto un team di economisti – chiamateli ‘i ragazzi di Kandahar’ – che avrebbero rapidamente portato l’economia ad una delle peggiori depressioni della sua storia.
Questo, francamente, sarebbe stato molto peggio dell’11 Settembre.
Sfortunatamente non è un caso ipotetico. E’ successo. L’unica inesattezza di questo breve resoconto è che il numero dovrebbe essere moltiplicato per 25 per ottenere i corrispettivi pro capite, la misura appropriata. Sto ovviamente parlando di quello a cui in America Latina ci si riferisce spesso come “il primo 11 Settembre”: 11 Settembre 1973, quando gli Stati Uniti riuscirono nel loro intenso sforzo di far cadere il regime democratico di Salvador Allende in Cile con un golpe militare che mise al potere il brutale regime del Generale Pinochet. L’obiettivo, nelle parole dell’amministrazione Nixon, era uccidere il “virus” che avrebbe potuto incoraggiare tutti quegli “stranieri [che] hanno in mente d fregarci” per ottenere il controllo delle loro risorse e impedire che perseguissero un’intollerabile politica di sviluppo autonomo. Sullo sfondo, l'opinione del Consiglio di Sicurezza Nazionale secondo cui, se gli Stati Uniti non avessero controllato l’America Latina, non avrebbero poturo aspettarsi di “ottenere un ordine positivo altrove nel mondo.”
Il primo 11 Settembre, diversamente dal secondo, non ha cambiato il mondo. Non fu “nulla di rilevante”, come Henry Kissinger assicurò al suo capo pochi giorni dopo.
Questi eventi di scarsa rilevanza non si limitavano al golpe militare che ha distrutto la democrazia cilena e messo in moto la storia di orrori che ne seguì. Il primo 11 Settembre non è stato altro che l'atto di una tragedia iniziata nel 1962, quando John F. Kennedy cambiò la missione dell’esercito in America Latina da “difesa emisferica” – un retaggio anacronistico della Seconda Guerra Mondiale – a “sicurezza interna,” un concetto interpretato in maniera agghiacciante dai circoli latinoamericani dominati dagli Stati Uniti.
In ‘’Storia della Guerra Fredda’’ pubblicata di recente dall’Università di Cambridge, lo studioso dell'America Latina John Coatsworth scrive che da allora sino al “collasso Sovietico nel 1990, il numero di prigionieri politici, vittime di tortura, ed esecuzioni di dissidenti politici non-violenti in America Latina, superò di gran lunga lo stesso numero dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti dell’Est Europeo,” includendo anche molti martiri religiosi e omicidi di massa, sempre col supporto o per iniziativa di Washington. L’ultimo grande atto di violenza fu il brutale omicidio di sei intellettuali di rilievo latinoamericani, preti gesuiti, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino. I responsabili erano i membri di un battaglione salvadoregno d’elite che aveva già lasciato una scioccante scia di sangue. Freschi di corso d'addestramento alla Jfk School of Special Warfare, avevano agito su ordine diretto dell’alto comando di uno stato cliente degli Stati Uniti.

Dal rapimento e la tortura all’omicidio

Tutto ciò, e molto altro ancora, è archiviato come elemento di scarsa rilevanza, e dimenticato. Coloro la cui missione è dominare il mondo possono beneficiare di uno scenario più confortante, ben spiegato nel numero corrente del prestigioso (e prezioso) giornale del Royal Institute of International Affairs di Londra. L’articolo principale tratta del “visionario ordine internazionale” della “seconda metà del Ventesimo Secolo” caratterizzato dalla “universalità della visione statunitense della prosperità commerciale.” C’è qualcosa di vero in questo resoconto, ma non illustra il punto di vista di coloro che si trovano all’estremità sbagliata delle armi da fuoco.
Lo stesso vale per l’omicidio di Osama Bin Laden, che chiude se non altro una fase della “guerra al terrore” ri-dichiarata dal presidente George W. Bush dopo il secondo 11 Settembre. Passiamo ad alcuni pensieri su quell’evento e sulla sua rilevanza.
Il Primo Maggio 2011, Osama è stato ucciso nel suo pressoché sguarnito complesso da 79 incursori del Navy SEAL, entrati in Pakistan in elicottero. Dopo che molte oscure versioni sono state diffuse dal governo e poi smentite, i rapporti ufficiali hanno reso sempre più evidente come l’operazione sia stata un omicidio pianificato, che ha violato ripetutamente norme di diritto internazionale elementari, a cominciare dall’invasione stessa.
Sembra ci sia stato il tentativo di arrestare la vittima, che era disarmata, cosa che presumibilmente i 79 membri del commando, che non si erano trovati di fronte alcuna resistenza– tranne che, scrivono nei rapporti, da parte di sua moglie, disarmata anch’essa, cui hanno sparato per legittima difesa quando si è gettata contro di loro, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca – avrebbero potuto facilmente fare.
Una ricostruzione plausibile degli eventi è fornita dal corrispondente Yochi Dreazen, veterano del Medio Oriente, e da colleghi di Atlantic. Dreazen, ex corrispondente militare per il Wall Street Journal, è corrispondente anziano per il National Journal Group, che si occupa di affari militari e sicurezza nazionale. Secondo la loro inchiesta, il piano della Casa Bianca sembra non avesse mai preso in considerazione di catturare Bin Laden vivo: “Secondo un ufficiale Statunitense anziano a conoscenza dei fatti, l’amministrazione aveva chiarito al clandestino Joint Special Operations Command dell’esercito che voleva Bin Laden morto. Un alto funzionario informato sull’attacco disse che i SEALs sapevano che la loro missione non era prenderlo vivo.”
L’autore aggiunge: “Per molti di quelli che al Pentagono e alla CIA avevano speso quasi un decennio nella caccia a Bin Laden, uccidere il militante era un atto di vendetta necessario e giustificato.” Inoltre, “catturare Bin Laden vivo avrebbe procurato all’amministrazione una serie di fastidi politici e legali.” Meglio, quindi, ucciderlo, scaricare il suo corpo in mare senza l’autopsia considerata necessaria dopo un’uccisione – una mossa che, com’era prevedibile, ha provocato rabbia e dubbi in gran parte del mondo Musulmano.
Come l’inchiesta pubblicata da Atlantic ha osservato: “La decisione di uccidere Bin Laden immediatamente è stata finora l’immagine più chiara di un aspetto della politica contro il terrorismo dell’amministrazione Obama passato inosservato. L’amministrazione Bush catturò migliaia di militanti sospetti e li spedì nei campi di detenzione in Afghanistan, Iraq e Guantanamo. Di contro, l’amministrazione Obama si è concentrata sull’eliminazione di singoli terroristi piuttosto che cercare di catturarli vivi.” Questa è una differenza sostanziale tra Bush e Obama. Gli autori citano l’ex cancelliere della Germania Ovest Helmut Schmidt, il quale “ha dichiarato alla tv tedesca che il raid Usa è stato ‘chiaramente una violazione del diritto internazionale’ e che Bin Laden avrebbe dovuto essere detenuto e processato,” provocando la reazione del procuratore generale americano Eric Holder, il quale “ha difeso la decisione di uccidere Bin Laden benché non rappresentasse una minaccia immediata per i Navy SEALs, dicendo a una commissione della Casa Bianca che l’attacco era stato perfettamente legale, legittimo e appropriato da ogni punto di vista.”
L’eliminazione del corpo senza autopsia è stata anch’essa motivo di critica da parte degli alleati. L’avvocato inglese Geoffrey Robertson, che gode di grande considerazione e che si era già espresso a favore dell'operazione e contro l’esecuzione per mere considerazioni di pragmatismo, ha descritto la dichiarazione di Obama “è stata fatta giustizia” come “un’assurdità” che sarebbe dovuta risultare ovvia a un ex professore di diritto costituzionale. La legge Pakistana “richiede un’indagine in caso di morte violenta, e la legge internazionale sui diritti umani stabilisce che il ‘diritto alla vita’ richieda un’indagine ogni qualvolta una morte violenta sia causata dall’azione del governo e della polizia. Gli Stati Uniti si trovano perciò nell’obbligo di aprire un’inchiesta che chiarisca al mondo le vere circostanze dell’uccisione.”
Molto opportunamente, Robertson ci ricorda che “non è sempre stato così. Quando venne il momento di prendere in considerazione il destino di uomini ben più malvagi di Osama Bin Laden – i massimi dirigenti del nazismo – il governo britannico li avrebbe voluti impiccati entro sei ore dalla cattura. Il presidente Truman era riluttante e citò l’affermazione del giudice Robert Jackson che un’esecuzione di massa ‘si dimostrerebbe difficile da digerire per le coscienze americane e non sarebbe ricordata con orgoglio dai nostri figli… l’unica via è dimostrare l’innocenza o la colpevolezza degli accusati dopo un’udienza tanto imparziale e scevra di passioni quanto lo permettono i tempi e dopo un verdetto che renda le nostre ragioni e le nostre motivazioni chiare.’”
Eric Margolis commenta che “Washington non ha mai reso pubbliche le prove che Osama Bin Laden fosse dietro agli attacchi dell’11 Settembre,” presumibilmente questa è una delle ragioni per cui “i sondaggi mostrano che un terzo degli Americani intervistati credono che dietro agli attacchi dell’11 Settembre ci sia il governo Usa e/o Israele,” mentre nel mondo musulmano lo scetticismo è più diffuso. “Un processo a porte aperte negli Stati Uniti o all’Aia avrebbe mostrato queste affermazioni alla luce del giorno,” continua, una ragione pratica per cui Washington avrebbe dovuto attenersi alla legge.
Nelle società che professano il rispetto della legge, i sospetti presi in custodia sono sottoposti a un processo equo. Sottolineo “sospetti”. Nel Giugno 2002, il capo del Fbi Robert Mueller, in quella che il Washington Post descrisse come “una delle sue dichiarazioni pubbliche più dettagliate sull’origine degli attacchi,” poté solo dire che “gli investigatori ritengono che l’idea degli attacchi dell’11 Settembre al World Trade Center e al Pentagono venne ai leader di al-Qaeda in Afghanistan, la reale cospirazione venne messa a punto in Germania e i finanziamenti giunsero attraverso gli Emirati Arabi Uniti dall’Afghanistan.”
Ciò che l’Fbi credeva e pensava nel Giugno del 2002, non era di loro conoscenza otto mesi prima, quando Washington rigettò le timide offerte dei talebani (non sappiamo quanto serie) di consegnare Bin Laden affinché venisse processato se fossero state sottoposte loro delle prove. Perciò non è vero, come ha dichiarato il presidente Obama nel suo discorso alla Casa Bianca dopo la morte di Bin Laden, che “appurammo rapidamente che gli attacchi dell’11 Settembre erano stati opera di al-Qaeda.”
Non c’è mai stata ragione di dubitare di ciò che riteneva l’Fbi a metà 2002, ma questo ci lascia ben lontani dalla prova di colpevolezza che si richiede nelle società civili – e qualsiasi siano le prove, queste non garantiscono comunque la liceità dell’uccisione di un sospetto che, a quanto sembra, avrebbe potuto essere facilmente preso in custodia e processato. Ciò rimane vero per le prove prodotte da allora. Così, la Commissione per l’11 Settembre fornì ampie prove circostanziali del ruolo di Bin Laden nell’11 Settembre, perlopiù sulla base di ciò che era stato riferito delle confessioni dei prigionieri di Guantanamo. E’ oggetto di dubbio che questo materiale possa essere accettato da una corte indipendente, considerando la maniera in cui furono ottenute le confessioni. In ogni caso, la conclusione dell’indagine autorizzata dal Congresso, comunque ci si possa lasciar convincere da essa, è molto lontana dall’essere emessa da una corte credibile, quella che cambierebbe la categoria dell’accusato da sospetto a prigioniero.
Si è fatto un gran parlare della “confessione” di Bin Laden, ma quella era una vanteria, non una confessione, con lo stesso grado di credibilità della mia “confessione” di aver vinto la maratona di Boston. La vanteria ci dice molto sul personaggio ma nulla sulla sua effettiva responsabilità di quello che riteneva un grande successo, del quale voleva prendersi il merito.
Chiaramente, tutto ciò a prescindere dai giudizi sulla sua colpevolezza, che sembrava evidente persino prima dell’inchiesta dell'Fbi e continua ad esserlo.

Crimini di aggressione

E’ opportuno aggiungere che la responsabilità di Bin Laden fu riconosciuta in gran parte del mondo musulmano, e condannata. Un esempio significativo è l’illustre religioso Libanese Sheikh Fadlallah, molto rispettato da Hezbollah e dai gruppi sciiti in generale, anche fuori dal Libano. Lui aveva una certa esperienza sugli omicidi. Era stato l’obiettivo di un attentato: per mezzo di un’autobomba di fronte ad una moschea, in un’operazione organizzata dalla Cia nel 1985. Lui si salvò ma altre 80 persone vennero uccise, per lo più donne e bambine che lasciavano la moschea – uno di quegli innumerevoli crimini che non rientrano negli annali a causa dell'“informazione asimmetrica”. Sheikh Fadlallah condannò aspramente gli attacchi dell’11 Settembre.
Uno dei maggiori specialisti del movimento Jihadista, Fawaz Gerges, suggerisce che il movimento avrebbe potuto essere diviso allora, se gli Stati Uniti avessero saputo sfruttare l’opportunità che gli si presentava anziché mobilitare il movimento, in particolare con l’attacco all’Iraq, una fortuna inaspettata per Bin Laden, che portò a un deciso incremento del terrorismo, come le agenzie di intelligence avevano previsto. Alle udienze Chilcot che si occupavano dei retroscena dell’invasione dell’Iraq, per esempio, l’ex capo dell’agenzia di intelligence Britannica MI5 testimoniò che sia l’intelligence inglese che quella Usa sapevano che Saddam non rappresentava alcuna minaccia concreta, che era probabile che l’invasione avrebbe causato un aumento del terrorismo, e che l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan avrebbe radicalizzato parte di una generazione di musulmani che interpretavano le azioni militari come un “attacco all’Islam”. Come spesso accade, la sicurezza non era una priorità alta nell’agenda di Stato.
Potrebbe essere utile chiederci come avremmo reagito se un commando Iracheno fosse atterrato nel complesso di George W. Bush, l’avesse ucciso, e gettato il suo corpo nell’Atlantico (dopo i rituali di sepoltura appropriati, naturalmente). Indiscutibilmente, non era un “sospettato” ma il “mandante” che diede l’ordine di invadere l’Iraq – cioè di commettere “il crimine internazionale supremo che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto racchiude tutto il male possibile”, la formula per cui i criminali nazisti vennero impiccati: centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati, distruzione di gran parte del paese e del suo retaggio culturale, e il sanguinoso conflitto settario che si è ora diffuso nel resto della regione. Altrettanto indiscutibilmente, questi crimini superano di gran lunga qualsiasi cosa sia stata attribuita a Bin Laden.
Affermare che tutto ciò sia incontrovertibile, come di fatto è, non significa che non ci sia chi lo nega. L’esistenza di sostenitori della teoria secondo cui la terra è piatta non cambia il fatto che, senza ombra di dubbio, la terra non è piatta. Allo stesso modo, è incontrovertibile che Stalin e Hitler si siano resi responsabili di crimini orrendi, benché i loro partigiani possano negarlo. Tutto ciò dovrebbe essere troppo ovvio per essere commentato, e lo sarebbe, salvo che in un’atmosfera di isteria così estrema da annichilire il pensiero razionale.
Ugualmente, è indiscutibile che Bush e i suoi complici abbiano commesso il “crimine internazionale supremo” – il crimine d’aggressione. Questo crimine fu definito piuttosto chiaramente dal giudice Robert Jackson, Capo di Consiglio per gli Stati Uniti a Norimberga. Un “aggressore”, aveva proposto Jackson al Tribunale nel suo discorso d’apertura, è lo Stato che per primo commette l’atto di invadere con le sue forze armate, con o senza dichiarazione di guerra, il territorio di un altro stato…” Nessuno, nemmeno i più accesi sostenitori dell’aggressione, negano che Bush e i suoi complici abbiano fatto esattamente questo.
Inoltre, potremmo far bene a ricordare le eloquenti parole di Jackson a Norimberga sul principio d’universalità: “Se determinati atti in violazione dei trattati sono crimini, lo sono sia che vengano compiuti dagli Stati Uniti o dalla Germania, e non possiamo sancire una regola di condotta criminale contro gli altri, che non possa essere invocata contro di noi.”
E’ altrettanto chiaro che le dichiarazioni d’intenzioni sono irrilevanti, anche se sono in buona fede. Documenti interni rivelano che i fascisti giapponesi fossero convinti che, devastando la Cina, stessero lavorando per renderla un “paradiso terrestre”. E anche se sembrerebbe difficile da immaginare, è concepibile che Bush e gli altri credessero di proteggere il mondo dalla distruzione delle armi nucleari di Saddam. Tutto irrilevante, benché ardenti partigiani da ogni lato possano cercare di convincersi del contrario.
Ci restano due possibilità: o Bush e soci sono colpevoli del “crimine internazionale supremo”, inclusi tutti i mali che hanno prodotto come conseguenza, oppure decidiamo che i processi di Norimberga furono una farsa e che gli alleati si siano resi colpevoli di omicidio giudiziario.

La Mentalità Imperiale e l’11 Settembre

Pochi giorni dopo l’assassinio di Bin Laden, Orlando Bosch è morto pacificamente in Florida, dove risiedeva col suo complice Luis Posada Carriles e molti altri affiliati del terrorismo internazionale. Dopo essere stato accusato di decine di crimini terroristici dall'Fbi, Bosch ottenne il perdono presidenziale da Bush I, malgrado le obiezioni del dipartimento di Giustizia che arrivò alla conclusione “inevitabile che sarebbe pregiudizievole per l’interesse pubblico che gli Stati Uniti costituissero un rifugio sicuro per Bosch.” La coincidenza di queste morti richiama alla mente la dottrina di Bush II – “già… una norma non scritta delle relazioni internazionali,” secondo l’illustre specialista di relazioni internazionali di Harvard Graham Allison – che revoca “la sovranità degli stati che forniscono rifugio ai terroristi.”
Allison si riferisce alla dichiarazione di Bush II, diretta ai talebani, che “coloro che danno rifugio ai terroristi sono altrettanto colpevoli dei terroristi stessi.” Questi Stati perciò hanno perso la loro sovranità e sono oggetto legittimo di bombardamenti e terrore – per esempio, lo stato che ha dato rifugio a Bosch e ai suoi affiliati. Quando Bush proclamò questa nuova “norma non scritta delle relazioni internazionali,” nessuno si acorse che stava invitando all’invasione e alla distruzione degli Stati Uniti e all’uccisione del suo presidente.
Nulla di tutto ciò, naturalmente, rappresenta un problema se rigettiamo il principio di universalità del giudice Jackson, e adottiamo invece il principio secondo cui gli Stati Uniti si sono auto-immunizzati contro il diritto internazionale e le convenzioni – come, di fatto, il governo ha messo in chiaro di frequente.
Vale anche la pena di riflettere sul nome che è stato dato all’operazione Bin Laden: Operazione Geronimo. La mentalità imperiale è così radicata che pochi sembrano essere capaci di intuire che la Casa Bianca glorifica Bin Laden chiamandolo “Geronimo” – il capo indiano Apache che guidò la coraggiosa resistenza agli invasori delle terre Apache.
La scelta casuale del nome riporta alla mente la disinvoltura con cui diamo alle armi mortali i nomi delle vittime dei nostri crimini: Apache, Blackhawk… potremmo reagire diversamente se la Luftwaffe avesse chiamato i suoi aerei da combattimento “Ebreo” o “Zingaro”.
L’esempio menzionato ricadrebbe nella categoria dell’ “eccezionalismo Americano,” non fosse per il fatto che la disinvolta soppressione dei propri crimini e praticamente onnipresente tra le potenze, tranne quelle che sono sconfitte e costrette a riconoscere la realtà.
Forse l’omicidio era percepito dall’amministrazione come un “atto di vendetta,” come conclude Robertson. E forse il rigetto dell’opzione legale del processo riflette la differenza tra la cultura morale del 1945 e quella di oggi, come suggerisce ancora. Qualsiasi fossero i motivi, difficilmente avevano a che fare con la sicurezza. Come nel caso del “crimine internazionale supremo” in Iraq, l’omicidio di Bin Laden dimostra che la sicurezza non è una priorità alta nell’agenda dello stato, contrariamente a quanto generalmente sostenuto dalla dottrina.


(Noam Chomsky è Professore emerito presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Mit. E’ autore di numerosi bestseller di politica tra cui: 11 Settembre: c’era un’alternativa.)

(articolo pubblicato su TomDispatch)