domenica 26 febbraio 2012

MALI - I TUAREG E LA TERRA DI AZAWAD













Ieri (25 febbraio 2012), un gruppo di decine di Tuareg residenti in Italia ha organizzato un presidio, davanti l’ambasciata del Mali, per sensibilizzare le autorità maliane e l’opinione pubblica italiana circa la situazione critica nel nord del Mali. “In Italia dagli anni Novanta” - mi racconta Moustafa – “sono scappati dal loro Paese per sottrarsi alle torture e alle uccisioni di massa che le milizie governative compivano contro le popolazioni Tuareg”.

Le richieste: “Chiediamo al governo del Mali di fermare i massacri commessi contro il nostro popolo, di ritirare l’esercito dalle terre in cui viviamo e di poter vivere in pace sulla nostra terra”.
Una nota di disappunto verso il silenzio della comunità internazionale: “Oggi, con dolore, seguiamo quello che sta succedendo nel nostro paese e condanniamo il silenzio internazionale senza precedenti a riguardo della causa di Azawad e il fallimento della comunità internazionale per trovare una soluzione ai problemi di questo territorio.
Alle agenzie di stampa: “Facciamo appello alle agenzie di stampa perché mandino i loro corrispondenti ad Azawad, affinché controllino la situazione e la possano testimoniare. Ancora, facciamo appello alle organizzazioni dei diritti umani e alla Croce Rossa perché soccorrano la gente di Azawad il più presto possibile.”


Cos’è l’Azawad
In lingua Tamashek è il termine utilizzato per indicare il territorio sahariano e saheliano oggi compreso tra Mali (regioni di Timbuctu, Kidal e Gao), Niger e Algeria. In prevalenza abitato da nomadi Tuareg, presenta caratteri molto differenti da quelli dei Paesi che lo comprendono. La regione nel nord del Mali occupa circa i due terzi del Paese. Fu annesso dalla Francia, durante il suo periodo coloniale, senza tenere conto delle diversità etniche e culturali tra i neri del Sud e i “bianchi” berberi del Nord. Il sentimento d’identità e di autodeterminazione da parte delle genti Tuareg ha messo in moto un'azione indipendentista rappresentata dal Movimento Popolare per la Liberazione dell’Azawad e, più recentemente, dal Movimento Nazionae per la Liberazione dell’Azawad, che mirano alla formazione di una Repubblica indipendente d’identità Tuareg.

La situazione nell’Azawad
I Tuareg dell’Azawad sono in lotta con le autorità maliane e rivendicano, sin dagli anni Novanta del secolo scorso, più autonomia e più investimenti per lo sviluppo della regione. Dopo gli accordi di pace di Algeri del 2006, disattesi dal governo di Bamako, la ribellione è cresciuta formando nel 2010 il MNLA, al cui interno sono confluiti anche molti ufficiali dell’esercito lealista di Muammar Gheddafi, tornati in patria dopo la caduta del colonnello. Da metà gennaio, il movimento ha ripreso le armi attaccando le forze del presidente Amadou Toumani Tourè.

(Le Figaro)

La guerra civile
Gli attacchi si concentrano nella regione di Kidal dove i ribelli hanno conquistato sei piccoli centri, secondo una strategia - spiega Moussa Ag Acharatoumane, portavoce di MNLA - volta ad “attaccare prima le città più piccole con grandi basi militari, in modo da non doverci poi preoccupare di attacchi da più direzioni".
Le forze maliane, che possono vantare di un sofisticato assetto da guerra, rispondono con incursioni via terra e con bombardamenti aerei.
Il ministro francese per la Cooperazione, Henri de Raincourt, ha denunciato l’efferatezza dei metodi usati dai ribelli: “Parliamo di circa cento persone (87 per la precisione, nda) catturate e uccise a sangue freddo” – il ministro si riferisce all’esecuzione avvenuta dopo la presa di Aguelok (Regione di Gao) e aggiunge – “ad alcuni è stata tagliata la gola, ad altri è stato sparato un colpo in testa, metodi barbari e inqualificabili”. Da qui l'accusa che il governo muove ai ribelli di essere dei terroristi affiliati ad Al-Qaida.

Gli appelli
I bombardamenti hanno provocato già decine di morti tra i civili e decimato dozzine di bovini, cammelli e capre, primaria fonte di sussistenza per le popolazioni Tuareg.
Dinanzi a questi fatti, Amnesty International ha lanciato un appello al governo di Bamako per porre fine a questi ciechi bombardamenti.
Oltre al dramma delle vittime e dei feriti, vi è quello dei profughi. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ne stima circa 130.000. Il grande afflusso è stato registrato in Niger, Mauritania, Algeria e Burkina Faso. Gli sfollati nel nord del Mali sono circa 60.000, costretti ad accamparsi nel deserto senza acqua, cibo, medicine. “Servono circa 35.6 milioni di dollari per far fronte a questa situazione umanitaria” – ha dichiarato Adrian Edwards, portavoce del UNHCR.


La stampa
Appare comunque molto difficile riuscire a valutare la situazione. Vi è un quasi totale silenzio della stampa, fa eccezione quella francese (per il passato coloniale e per eventuali ritorni di fiamma per un territorio ricco di petrolio e uranio?). Entrambi gli schieramenti rivendicano vittorie, parlano di nefandezze compiute dalle controparti.
Per il momento, però, l’unico dato certo resta quello relativo ai campi profughi e alle violazioni dei diritti umani che si verificano ogni volta che ci sono armi che sparano.

(AFP/Getty Images)

(AFP/Getty Images)

Per contattare i Tuareg italiani: mmaz_2006@yahoo.com

Fonti:
http://www.jeuneafrique.com/Article/DEPAFP20120225112456/onu-mali-refugie-rebellion-touareguemali-126-400-deplaces-et-refugies-par-les-combats-entre-l-armee-et-la-rebellion.html
http://www.lefigaro.fr/international/2012/02/14/01003-20120214ARTFIG00401-des-touaregs-executent-des-soldats-maliens.php
http://www.atlasweb.it/news/africa/nordafrica
http://www.misna.org/economia-e-politica/appello-per-356-milioni-di-dollari-per-la-crisi-nel-nord-del-mali/25-02-2012-813.html
http://touareg-jeunesse.blogspot.com/2011/09/interview-with-moussa-ag-acharatoumane.html
http://www.eilmensile.it/2012/02/24/mali-amnesty-chiede-la-fine-dei-bombardamenti/
http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=11638&IdModule=1

Il sito ufficiale del Movimento MNLA:
http://www.mnlamov.net






Lina Rignanese

martedì 7 febbraio 2012

GLI ARLECCHINO DELLA FLESSIBILITA'

In questi giorni si sta straparlando di lavoro fisso e di flessibilità. Si dimentica, però, quanto il 'fisso' sia una realtà già da tempo in scadenza -almeno dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso (!)-, al contrario le tipologie dei posti 'flessibili' aumentano a vista d'occhio... Ora siamo a 46 (attenzione! potrebbero crescere fino alla fine dell'articolo...).
E' ovvio che ci sia stata la volontà di mutare le abitudini e i costumi degli italiani... Mandandoci in loop il ritornello politico che ripete canzonatorio: "Suvvia, cos'è questo monotono abito grigio o peggio nero-lutto dei lavoratori? Molto meglio una comoda calzamaglia (rattoppata e) multicolore, come quella di Arlecchino...".
Per la serie: più variegati nell'aspetto e nell'umore.


Rapporti subordinati

1.Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;
2.Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;
3.Contratto a termine per attività stagionali;
4.Rapporti speciali in agricoltura (tempi determinati fino a 101 e 151 giornate, con indennità speciali, superati a partire dal 2008);
5.Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, part-time verticale;
6.Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato a part-time orizzontale;
7.Contratto di lavoro dipendente a tempo determinato a part-time misto;
8.Contratto di lavoro dipendente a tempo determinato a part-time verticale;
9.Contratto di lavoro dipendente a tempo determinato a part-time orizzontale;
10.Contratto di lavoro dipendente a tempo determinato a part-time misto;
11.Contratto di inserimento;
12.Contratto di re-inserimento lavorativo;
13.Contratto di formazione e lavoro (solo settore pubblico);
14.Contratto di apprendistato 1;
15.Contratto di apprendistato 2;
16.Contratto di apprendistato 3;
17.Somministrazione a termine;
18.Somministrazione a tempo indeterminato (staff leasing);
19.Contratto di lavoro a chiamata a termine senza obbligo di risposta;
20.Contratto di lavoro a chiamata a tempo indeterminato senza obbligo di risposta;
21.Contratto di lavoro a chiamata a termine con obbligo di risposta;
22.Contratto di lavoro a chiamata a tempo indeterminato con obbligo di risposta;
23.Contratto di lavoro a chiamata per particolari periodi dell'anno (week-end, vacanze natalizie, pasquali, estive);
24.job sharing;
25.Lavoro a domicilio;
26.Telelavoro subordinato;

Rapporti parasubordinati (lavoro autonomo)

27.Lavoro a progetto;
28.Collaborazione coordinata e continuativa;
29.Collaborazione coordinata e continuativa fino a 30 giorni;
30.Telelavoro in forma parasubordinata;

Rapporti di lavoro autonomo

31.Prestazioni occasionali di lavoro autonomo senza partita Iva (ritenuta d'acconto);
32.Prestazioni occasionali di lavoro autonomo con partita Iva (professionisti, artigiani e commercianti, agricoli, senza cassa);
33.Agenti di commercio;
34.Coadiuvanti familiari;
35.Telelavoro in forma autonoma;

Rapporti speciali

36.Associazione in partecipazione;
37.Venditori a domicilio;
38.Rappresentanti;
39.Lavoro domestico;
40.Lavoro accessorio (voucher);
41.Lavoro accessorio per percettori di ammortizzatori sociali (fino a 3.000 euro);
42.Stage e tirocini;
43.Stage curriculari;
44.Tirocini di reinserimento per disoccupati;
45.Tirocini per categorie particolarmente svantaggiate;
46.Forme di lavoro che non determinano rapporto (familiari).

Qui trovate informazioni utili sui diversi contratti.

Lina Rignanese

mercoledì 1 febbraio 2012

TARSIO

















Premio Nobel per la letteratura nel 1996, Wislawa Szymborska (2 luglio 1923 - 1 febbraio 2012) è la poetessa delle piccole cose che si caricano d'incanto, dietro il suo sguardo impulsivo, filosofico, ironico. In questo testo, la "piccola cosa" è un piccolo animale, stupefacente, che racconta, con la leggiadria e la consapevolezza di chi è sospeso su di un ramoscello, il proprio rapporto con gli uomini, viziosi esseri sempre pronti a prezzare il mondo intero.

Tarsio

di Wislawa Szymborska
(traduzione di Pietro Marchesani)

Io, tarsio, figlio di tarsio,
nipote e pronipote di tarsio,
piccola bestiola, fatta di due pupille
e d'un resto di stretta necessità;
scampato per miracolo ad altre trasformazioni,
perché come leccornia non valgo niente,
per i colli ce n'è di più grandi,
le mie ghiandole non portano fortuna,
i concerti si tengono senza le mie budella;
io, tarsio,
siedo vivo sul dito di un uomo.

Buongiorno, mio signore,
che cosa mi dirai
per non dovermi togliere nulla?
Per la tua magnanimità con che mi premierai?
Che prezzo darai a me, che non ho prezzo,
per le pose che assumo per farti sorridere?

Il mio signore è buono -
il mio signore è benigno -
chi ne darebbe testimonianza, se non ci fossero
animali immeritevoli di morte?
Voi stessi, forse?
Ma ciò che già di voi sapete
basterà per una notte insonne da stella a stella.

E solo noi, pochi, non spogliati da pelliccia,
non staccati dalle ossa, non privati delle piume,
rispettati in aculei, scaglie, corna, zanne,
e in ogni altra cosa che ci venga
dall'ingegnosa proteina,
siamo - mio signore - il tuo sogno
che ti assolve ogni istante.

Io, tarsio, padre e nonno di tarsio,
piccola bestiola, quasi metà di qualcosa,
il che comunque è un insieme non peggiore di altri;
così lieve che i rametti si sollevano sotto di me
e da tempo avrebbero potuto portarmi in cielo,
se non dovessi ancora e ancora
cadere come una pietra dai cuori
ah, inteneriti;
io, tarsio,
so bene quanto occorra essere un tarsio.




















(Disegno di Maria Concetta Aquaro)

martedì 24 gennaio 2012

GIORNALISTI SFRUTTATI: 4 EURO AL PEZZO, ALTRO CHE CASTA!

“4 euro a pezzo e sotto scorta” - Siamo tutti Giovanni Tizian!

Parto dalla mia esperienza personale. Più di due anni di collaborazione con un quotidiano leccese, nessuna retribuzione, promesse di metterti in regola al momento della richiesta del tesserino, perché "così funziona". Giunto il momento, non solo il tesserino è diventato un miraggio, ma il comportamento dell'editore e della redazione tutta hanno sfiorato l'indecenza, non solo professionale, ma soprattutto umana.

Sit-in a piazza Montecitorio, 26 gennaio ore 14 - Insieme in piazza per dire NO allo sfruttamento, NO alle mafie

In piazza per esprimere solidarietà al collega Giovanni Tizian, giornalista precario sotto scorta per le inchieste sulle mafie al Nord, ma anche per “rompere” la solitudine di lavoratori “invisibili” e senza tutele, per chiedere l'immediata approvazione della proposta di legge sull'equo compenso per il lavoro giornalistico non dipendente, per sostenere una trattativa sul mercato del lavoro che cancelli il “precariato a vita” e la deregulation selvaggia di questi anni. Noi giornalisti senza contratto non siamo una “casta” come molti credono, né dei “privilegiati”, come ci ha definito un mese fa anche il Ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

Accanto a Giovanni e gli altri colleghi…

Non si può essere pagati 4 euro ad articolo e, come sovrapprezzo, finire sotto scorta. Né si può vivere sotto minaccia, com’è capitato alla collega pugliese Rosaria Malcangi, vittima di un’intimidazione dinamitarda, o come capita in vari modi ad altri colleghi. Né si può farla finita come Pierpaolo Faggiano, suicida lo scorso giugno: a 41 anni veniva ancora pagato soltanto 6 euro a pezzo.

Retribuzioni indecorose

Da sud a nord il mercato dell’editoria si regge sullo sfruttamento. Il giornalismo italiano ha cambiato volto: gli autonomi e i precari sono 24 mila rispetto a 19 mila assunti. Contribuiamo per oltre il 50% alla realizzazione di quotidiani, periodici, radio, tv, online; le nostre firme sono sulle principali testate italiane. Eppure, lavoriamo in trincea, fuori dalle redazioni, pagati a pezzo con compensi quasi sempre irrisori, a volte di pochi euro e liquidati dopo mesi, o con Cococo spesso “capestro”, senza percepire nemmeno un fisso al mese.

Se chiediamo di essere pagati in tempi certi e decorosi, rischiamo di non lavorare più. Se la testata chiude o decide di non aver più bisogno della nostra collaborazione, siamo senza alcuna protezione né ammortizzatori sociali. Vietato ammalarsi o andare in ferie. Di rimborsi spese nemmeno a parlarne. La pensione? Un miraggio. Niente tutele contrattuali, previdenziali, assicurative.

I “paria” dell’informazione

Il precariato sottopagato non è più limitato al “periodo di prova”, cui segue un’assunzione: può invece durare una vita intera, privandoci di un presente dignitoso, rubandoci i sogni, le prospettive di un futuro e a volte anche la dignità personale, prima che professionale.

Subito la legge sull’equo compenso: no contributi a chi sfrutta

Un lavoro sempre precario, oltre a ledere la dignità personale, rende il giornalista più vulnerabile, in quanto più facilmente oggetto delle pressioni degli editori.

Chiediamo migliori condizioni di lavoro, anche attraverso regole certe, per poter garantire un’informazione di qualità ai cittadini.

Chiediamo al Parlamento una rapida approvazione della proposta di legge sull’equo compenso per il lavoro giornalistico “non dipendente”, che ha come riferimento l’art. 36 della Costituzione: in discussione alla Camera, prevede che il rispetto dei compensi minimi debba essere requisito necessario per l’accesso a qualsiasi contributo pubblico da parte delle aziende editoriali. Chiediamo regole certe in un mercato del lavoro sempre più selvaggio.

Un’informazione sotto ricatto è un gravissimo danno anche per i cittadini e la democrazia

Comitato promotore “GIORNALISTI SENZA TUTELE: ALTRO CHE CASTA” (freelance, autonomi e parasubordinati di Stampa Romana ed Errori di stampa)


Contatti mail: 26gennaio@gmail.com; freelance@stamparomana.it

Hashtag su Twitter: #4euroalpezzo

http://www.facebook.com/groups/freelance.collaboratori/

erroridistamparm.blogspot.com/

http://www.facebook.com/groups/111399755597984/

Ufficio stampa: Valeria Calicchio cell. 347.1739345

Per interviste: Raffaella Cosentino cell. 333.7401795

mercoledì 11 gennaio 2012

AZZARDOPOLI

Vi segnaliamo il dossier di Libera su "Azzardopoli".

LE MAFIE FANNO BINGO:
UNDICESIMO CONCESSIONARIO OCCULTO DEL MONOPOLIO
10 MILIARDI IL GIRO D'AFFARI ILLEGALE,
41 CLAN SEDUTI AL TAVOLO VERDE
10 PROCURE DIREZIONI DISTRETTUALI ANTIMAFIA CHE HANNO FATTO INDAGINI

ALLARME MALATI DI GIOCO:
800 MILA PERSONE DIPENDENTI DA GIOCO D'AZZARDO E 2 MILIONI A RISCHIO


Un paese dove si spendono circa 1260 euro procapite,neonati compresi, per tentare la fortuna che possa cambiare la vita tra videopoker, slot-machine, gratta e vinci, sale bingo. E dove si stimano 800mila persone dipendenti da gioco d'azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio. Un fatturato legale stimato in 76,1 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere, mantenendoci prudenti, i dieci miliardi di quello illegale. E' "la terza impresa" italiana, l'unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro paese. 'Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie' ha presentato il dossier Azzardopoli, il paese del gioco d'azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare che fotografa con storie e numeri una vera calamità economica, sociale e criminale, curato da Daniele Poto e che prossimamente diventerà una pubblicazione. Sono ben 41 clan che gestiscono "i giochi delle mafie" e fanno saltare il banco. Da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la Capitale. Con i soliti noti seduti al "tavolo verde" dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, da Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere l'undicesimo concessionario "occulto" del Monopolio. Sono ben dieci le Procure della Repubblica direzioni distrettuali antimafia che nell'ultimo anno hanno effettuati indagini: Bologna, Caltanissetta, Catania, Firenze, Lecce, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma. Sono invece 22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia in materia di gioco d'azzardo con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.
Ad Azzardopoli i clan fanno il loro gioco. Sono tante, svariate e di vera fantasia criminale i modi e le tipologie fare bingo. Infiltrazioni delle società di gestione di punti scommesse, di Sale Bingo,che si prestano in modo "legale" ad essere le "lavanderie" per riciclaggio di soldi sporchi. Imposizione di noleggio di apparecchi di videogiochi, gestione di bische clandestine, toto nero e clandestino. Il grande mondo del calcio scommesse, un mercato che da solo vale oltre 2,5 miliardi di euro. La grande giostra intorno alle scommesse delle corse clandestine dei cavalli e del mondo dell'ippica. Sale giochi utilizzate per adescare le persone in difficoltà, bisognose di soldi, che diventano vittime dell'usura. Il racket delle slotmachine. E non ultimo quello dell'acquisto da parte dei clan dei biglietti vincenti di Lotto, Superenalotto, Gratta e vinci. I clan sono pronto infatti a comprare da normali giocatori i biglietti vincenti, pagando un sovrapprezzo che va dal cinque al dieci per cento: una una maniera "pulita" per riciclare il denaro sporco. Esibendo alle forze di polizia i tagliandi vincenti di giochi e lotterie possono infatti giustificare l´acquisto di beni e attività commerciali. Eludendo così i sequestri.

Numeri, storie, analisi del dossier di Libera non svelano la soluzione di un giallo perché, semmai, il colore che prende l'impresa è il nero. Per i risvolti in chiaroscuro, per le numerose zone d'ombra di un sistema complessivo, quello dei giochi d'azzardo, che, curiosamente, ma non troppo, in un paese in crisi come l'Italia, funziona e tira. E' un settore che, cifre alla mano, offre lavoro a 120.000 addetti e muove gli affari di 5.000 aziende, grandi e piccole. E mobilita il 4% del Pil nazionale. E con 76,1 miliardi di euro di fatturato legale l'Italia con questa cifra occupa il primo posto in Europa e terzo posto tra i paesi che giocano di più al mondo. Per rendere lidea- commenta Libera- 76,1 miliardi, sono il portato di quattro Finanziarie normali, una cifra due volte superiore a quanto le famiglie spendono per la salute e, addirittura, otto volte di più di quanto viene riversato sull'istruzione.
Se analizziamo gli ultimi dati riferiti ai mesi di ottobre e novembre 2011, il primato per il fatturato legale del gioco spetta alla Lombardia con 2 miliardi e 586 mila di euro, seguita dalla Campania con un miliardo e 795 mila euro. All'ultimo gradino del podio il Lazio con un miliardo e 612 mila euro. Soldi che girano grazie alle 400mila slotmachine presenti in Italia, una cifra enorme, una macchinetta "mangiasoldi" ogni 150 abitanti, un mini casino' tablet in giro per i nostri quartieri.


E Roma è da primato nazionale: 294 sale e più di 50mila slot machine distribuite tra Roma e provincia. Con il primato di detenere il piu' grande locale d'Europa quello di piazza Re di Roma, nel quartiere Appio con 900 postazioni di gioco. E se il riciclaggio in Italia tocca il 10% del Pil (il doppio che nei paesi occidentali progrediti) non si può pensare che il gioco ne sia immune. Il 69% degli italiani che giocano on line ha subito una qualche forma di cyber crimine contro una percentuale mondiale che si attesta sul 65%.
Non sono solo numeri: dietro ci sono storie, fatiche, speranze che si trasformano per tanti in una trappola psicologica ed economica. A subire le conseguenze della crescente passione dello Stato per "il gioco" sono i cittadini, con costi umani e sociali che di certo superano i guadagni in termini monetari per le casse pubbliche.
Secondo una Ricerca nazionale sulle abitudini di gioco degli italiani del novembre 2011 curata dall'Associazione " Centro Sociale Papa Giovanni XXIII",e coordinata dal CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d'Azzardo), volta ad indagare le abitudini al gioco d'azzardo è stimato che in Italia vi siano 1 milione e 720 mila giocatori a rischio e ben 708.225 giocatori adulti patologici, ai quali occorre sommare l'11% dei giocatori patologici minorenni e quelli a rischio. Il che significa che vi sono circa 800 mila dipendenti da gioco d'azzardo all'interno di un'area di quasi due milioni di giocatori a rischio. I giocatori patologici dichiarano di giocare oltre tre volte alla settimana, per più di tre ore alla settimana e di spendere ogni mese dai 600 euro in su, con i due terzi di costoro che addirittura spendono oltre 1.200 euro al mese.
Il quadro che emerge dal dossier di Libera e prim'ancora dalla ricerche e dalla relazioni sul mercato dei giochi e delle scommesse (da quella della Direzione nazionale antimafia a quella della Commissione parlamentare antimafia) sollecita, insomma, una risposta adeguata da parte di tutti, a cominciare dalle istituzioni e da chi le governa. Alle imprese più importanti e significative e a chi gestisce queste attività in maniera lecita è richiesta, oggi, una chiara e netta assunzione di responsabilità. Si tratta d'intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa vera e propria calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d'informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite.

Libera, al riguardo, fa proprie le proposte avanzate al governo e al Parlamento nel dicembre del 2010 dall'Alea (Associazione per lo studio del gioco d'azzardo e dei comportamenti a rischio) e dal CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d'azzardo) e propone di: definire e approvare una legge quadro sul gioco d'azzardo, affinché lo Stato recuperi il governo e la programmazione politica sulle attività di gioco d'azzardo, ridefinendo le procedure autorizzatorie; limitare i messaggi pubblicitari e di marketing sul gioco d'azzardo e garantire forme di reale e corretta informazione per il pubblico; promuovere iniziative di sensibilizzazione ai rischi collegati al gioco d'azzardo attraverso campagne di informazione alla cittadinanza; recepire l'indicazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che vede nel gioco d'azzardo compulsivo una forma morbosa chiaramente identificata e che, in assenza di misure idonee d'informazione e prevenzione, può rappresentare, a causa della sua diffusione, un'autentica malattia sociale; consentire ai giocatori d'azzardo patologici e ai loro familiari (oggi abbandonati a se stessi), il diritto alla cura, diritto al mantenimento del posto di lavoro, diritto di usufruire dei benefici di legge, diritto a una parificazione tributaria e fiscale.

Per quanto riguarda, invece, la prevenzione e il contrasto dei fenomeni d'illegalità nel mercato dei giochi, Libera, sollecita l'elaborazione di norme tese a rafforzare e rendere più efficaci, anche attraverso la previsione del delitto di gioco d'azzardo. Inoltre intensificare e potenziare i controlli ed il monitoraggio delle concessione licenze a società estere che organizzano e gestiscono scommesse in Italia ai controlli sulle persone degli amministratori , dei bilanci e delle rendicontazioni contabili, per scoraggiare e prevenire fenomeni di riciclaggio; l'inasprimento delle sanzioni amministrative pecuniarie (fino a 20mila euro e chiusura fino a 30 giorni dell'esercizio) per chi viola il divieto di gioco di minori; l'inasprimento delle sanzioni in funzione antiriciclaggio previste dal decreto 231 per chi gestisce attività di gioco senza autorizzazioni; la previsione di conti correnti dedicati per concorsi pronostici e scommesse; il registro scommesse e requisiti più stringenti per chi gestisce locali e attività di gioco pubblico.

TUTTI I NUMERI DI AZZARDOPOLI
76,1 miliardi di euro fatturato mercato legale del gioco nel 2011, primo posto in Europa e terzo posto nel mondo tra i paesi che giocano di più
1260 euro procapite, (neonati compresi) la spesa per i giochi
10 miliardi di euro il fatturato illegale
41 clan si spartiscono la torta del mercato illegale del gioco d'azzardo
800mila persone dipendenti da gioco d'azzardo e quasi due milioni di giocatori a rischio
10 le Procure della Repubblica direzioni distrettuali antimafia che nell'ultimo anno hanno effettuati indagini
22 le città dove nel 2010 sono stati effettuate indagini e operazioni delle Forze di Polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.
25mila- 50mila al giorno ricavo clan Valle-Lampada per gestione videopoker e macchinette slot-machine
400mila slotmachine in Italia, una macchinetta "mangiasoldi" ogni 150 abitanti
3.746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, alla media di 312 al mese
120.000 addetti che lavorano nel settore e muove gli affari di 5.000 aziende
Lombardia regione dove si spende di piu'
Tre volte alla settimana la media di gioco per i giocatori patologici, più di tre ore alla settimana e per una spesa ogni mese dai 600 euro in su,
5 -10% il soprapprezzo che i clan pagano i biglietti vincenti del Gratta e Vinci per riciclare soldi
294 sale e più di 50mila slot machine distribuite tra Roma e provincia.


Potete scaricare il dossier completo su Libera.it

lunedì 9 gennaio 2012

WHEN YOU'RE STRANGE

Gli anni Sessanta sono stati l’apoteosi di alcool, droghe e libertà; un periodo che rimane impresso ancora nelle menti di coloro che l’hanno vissuto, che tinge di interesse e passione le idee di chiunque si rispecchi in quel decennio; chi quegli anni gli ha sempre sentiti propri, chi c’è stato magari solo in sogno, chi è morto per essi e chi vive in essi. E poi c’era lei, la regina incontrastata, la vera dea e musa che ha soffiato poesia, passione e potere: la musica; quella vera, quella con la “M” maiuscola, che ha portato quattro semplici ragazzi nell’Olimpo dei più grandi.
È l’estate del 1965 quando due studenti di cinema appena ventenni si ritrovano, quasi per caso, a discutere di poesia, di libertà e quindi di musica; sono Jim Morrison e Ray Manzarek che da lì a poco, insieme a Robby Krieger e John Densmore, formeranno “The Doors”, scrivendo una tra le pagine di storia più importanti nel grande libro della musica.
A 40 anni dalla scomparsa del “Re Lucertola”, il regista Tom Dicillo regala ai fans dei The Doors novanta minuti di ricordi, scene e filmati riguardanti gli inizi della carriera musicale della band, dai primi concerti al ‘Whisky A Go Go’ fino all’enorme successo dei loro “immorali ed istrionici” tour in giro per gli States. Ovviamente buona parte del lavoro di Dicillo si sofferma sulla figura di Morrison, sui suoi eccessi e follie, ma anche e soprattutto sul Morrison poeta; un Morrison dall’animo profondo, dalla mente pura e dal profilo dionisiaco.
Il documentario del regista è poi corredato dal libro “I giorni del caos” di John Delmonico, un vero e proprio dossier dell’FBI su Jim Morrison; un attento studio sul “Re Lucertola” e sui suoi eccessi mal visti dalle autorità americane di quegli anni le quali tentarono di arginare un fenomeno che, appena esploso aveva già contaminato i cuori di milioni di giovani.

di Emiliano Sportelli


martedì 20 dicembre 2011

ATENE HA SPENTO LE LUCI

Le strade, la vita di Atene come appaiono oggi agli occhi di Petros Markaris, scrittore greco, nato nel 1937 a Istanbul da padre armeno e madre greca. È stato sceneggiatore del regista Theo Angelopulos e ha inventato il personaggio del commissario Kostas Charitos, protagonista di molti romanzi gialli. Il suo ultimo libro è 'Prestiti scaduti', primo capitolo di una trilogia dedicata alla crisi greca.




Petros Markaris, Die Zeit, Germania

Negozi chiusi. Strade buie. File interminabili di taxi in attesa di clienti. La Grecia è in ginocchio. E se la colpa è di una classe dirigente corrotta, a pagare sono soprattutto i poveri.

Accanto al sistema politico istituzionale, composto da sette partiti, in Grecia c’è un sistema parallelo, slegato dal parlamento e articolato in quattro partiti. Sono i partiti in cui si è spaccata la società dopo diciotto mesi di crisi economica. Invece di avvicinarsi e collaborare, con l’aggravarsi dei problemi e l’inasprirsi della lotta per la sopravvivenza quotidiana questi quattro gruppi sono sempre più distanti tra loro. A volte si alleano per raggiungere un obiettivo, ma spesso sono impegnati in una guerra di trincea.

Per cominciare c’è il “partito dei profittatori”. Ne fanno parte tutte le imprese che negli ultimi trent’anni hanno approfittato del sistema clientelare. Innanzitutto le imprese edilizie, che hanno fatto fortuna grazie alle Olimpiadi del 2004, aggiudicandosi appalti pubblici a cifre astronomiche. Al partito dei profittatori appartengono anche le imprese che riforniscono gli enti pubblici: per esempio le ditte che vendono farmaci e apparecchiature mediche agli ospedali. Di recente il ministero della salute ha creato un ufficio incaricato di comprare medicinali attraverso aste su internet, e per i primi acquisti gli ha messo a disposizione 9 milioni 937mila 480 euro, un cifra calcolata in base a quanto era stato speso fino ad allora. Comprando i farmaci online il ministero ha speso solo 616.505 euro, il 6,2 per cento della somma stanziata. In questo modo i greci hanno finalmente scoperto quanti soldi inghiottiva il vecchio sistema.

Senza le nuove misure di austerità tutto sarebbe rimasto com’era. Il partito dei profittatori – imprese edilizie e fornitori di ospedali – aveva stretto legami con il partito al governo e i suoi ministri. Negli apparati dello stato tutti erano a conoscenza di questi accordi e del loro costo per la collettività, ma nessuno ne parlava. E non solo perché i partiti intascavano contributi colossali, ma anche perché le imprese corrotte finanziavano le campagne elettorali dei deputati e assicuravano ai loro familiari posti di lavoro ben retribuiti. Il partito dei profittatori è anche quello degli evasori fiscali, soprattutto professionisti con redditi alti come medici e avvocati. “La visita costa 80 euro. Se vuole la fattura sono 110”, è la frase che si sente ripetere ogni greco quando entra in uno studio medico. Alla fine la maggior parte dei pazienti rinuncia alla fattura pur di risparmiare 30 euro. Le autorità tollerano e si voltano dall’altra parte per non vedere. È la conseguenza dell’alleanza che hanno stretto con i professionisti e le imprese.

Truffe e clientelismo
Intanto il numero dei cittadini in difficoltà cresce senza sosta. Molti non riescono più a mettere insieme neanche i soldi per pagare il ticket sui medicinali. E c’è anche chi, per curarsi, si rivolge a Médecins du monde. Le due cliniche ateniesi dell’organizzazione umanitaria francese sono state aperte per gli immigrati arrivati dall’Africa, ma ormai offrono assistenza anche ai greci più poveri. Spesso davanti ai loro ambulatori ci sono centinaia di persone in fila. Molti sono diabetici che non possono più permettersi l’insulina. La miseria sta contagiando anche i greci. Fino a sei mesi fa, quando la mattina presto aprivo la finestra del mio balcone e guardavo giù in strada, vedevo profughi che frugavano nei cassonetti alla ricerca di qualcosa da mangiare. In queste ultime settimane mi capita spesso di vedere dei greci. Per non farsi notare scelgono le prime ore del mattino, quando le strade sono deserte.

Ovviamente i profittatori e gli evasori fiscali non hanno questi problemi. La crisi quasi non l’avvertono, perché prima che scoppiasse avevano già trasferito i soldi all’estero. Negli ultimi diciotto mesi le banche greche hanno perso sei miliardi di euro, mentre quelle estere, soprattutto svizzere, hanno fatto affari d’oro.

Ci sono anche dei profittatori che, sposando le tesi della sinistra radicale, hanno invocato il ritorno alla dracma. In questo modo il loro patrimonio in euro aumenterebbe di valore e gli permetterebbe di acquistare importanti proprietà pubbliche a prezzi stracciati. In caso di uscita dall’euro, infatti, lo stato sarebbe costretto a privatizzare gran parte dei suoi beni per fare cassa.

Un altro sodalizio molto pericoloso è quello tra il governo e gli agricoltori, che fanno parte anche loro del partito dei profittatori. Fin dall’ingresso della Grecia nella Comunità economica europea, nel 1981, tutti i governi hanno compatito i “poveri contadini greci”, che avrebbero meritato una sorte migliore. In realtà, grazie ai sussidi europei, già da tempo gli agricoltori greci non se la passano male. Le sovvenzioni sono state distribuite in modo arbitrario e incontrollato, senza le verifiche necessarie. I contadini sotterravano i loro prodotti, fornivano cifre false e incassavano il denaro. Come se non bastasse, la Banca dell’agricoltura greca gli ha concesso generosi crediti, che a tutt’oggi non sono stati rimborsati. I partiti al governo hanno evitato che fossero fatte pressioni sui coltivatori: avevano bisogno dei loro voti e di quelli delle loro famiglie. Il risultato è che l’agricoltura greca è alla bancarotta e in campagna si vedono contadini che vanno in giro a bordo di jeep Cherokee.

La seconda fazione si potrebbe chiamare “partito degli onesti”, ma preferisco “partito dei martiri”. Ne fanno parte i proprietari delle piccole e medie imprese, i loro dipendenti e i lavoratori autonomi, come i tassisti o gli artigiani. Questi cittadini, che lavorano sodo e pagano regolarmente le tasse, dimostrano che la tesi diffusa in Europa secondo cui i greci sono pigri e scansafatiche è completamente falsa. Il partito dei martiri è il più numeroso. Eppure non è abbastanza forte da stringere alleanze vantaggiose, e alla fine viene sfruttato da tutti. I martiri sono i greci più colpiti dalla crisi.

Per i piccoli imprenditori il colpo più duro è stato la recessione. Ovunque ad Atene ci si imbatte nello spettacolo desolante di negozi vuoti e abbandonati, anche nelle zone più eleganti, come via Patission, la più antica delle tre principali vie del centro di Atene, luogo di passeggiate per la buona borghesia cittadina. È una zona che conosco bene, perché abito lì vicino. Un tempo la strada era illuminata a giorno dalle vetrine dei negozi. Oggi di sera Patission è buia come la pece. Un negozio su due ha chiuso, e quei pochi ancora aperti sopravvivono vendendo merce scontata.

Nessuna prospettiva
In via Aiolou (Eolo), una strada commerciale del centro storico con negozi poco costosi, lo spettacolo è ancora più triste. I negozi sono chiusi o vuoti. Clienti non se ne vedono. La via è ridotta a un’area pedonale senza pedoni. “Quanto posso resistere?”, mi aveva chiesto la titolare di un piccolo negozio di abbigliamento dove ho comprato un paio di calzini. “Passano giorni interi senza che entri un cliente”. Alla fine anche lei si è arresa: l’ultima volta che sono passato in via Aiolou il suo negozio era chiuso.

Un’amica di mia sorella lavora in una piccola impresa edilizia. Il titolare ha licenziato tutto il personale tranne lei. Ormai non si costruiscono più case. L’amica di mia sorella non prende lo stipendio da sette mesi, ma almeno ha la fortuna di avere ancora un posto di lavoro.

Quelli del partito dei martiri sono scoraggiati. Hanno perso ogni speranza. La crisi gli ha tolto la speranza di un futuro migliore. A parlarci, si ha la sensazione che stiano solo aspettando la fine. Quando un’ampia fetta della popolazione non ha più fiducia, la vita diventa opprimente. In molti condomini non si accende più nemmeno il riscaldamento: le famiglie non hanno i soldi per il gasolio o preferiscono risparmiarli.

Il partito dei martiri
Non ho la patente, e quando vado o torno dall’aeroporto mi rivolgo a un tassista di fiducia. Si chiama Thodoros, è scapolo e vive da solo. “Che ne pensa di Lucas Papademos?”, mi ha chiesto alla fine di novembre mentre mi riportava a casa. Gli ho risposto che il nuovo primo ministro è una persona capace e onesta, che gode di grande considerazione in Grecia e in Europa. “Certo, ma la sua nomina non mi ha mica portato nuovi clienti”, ha risposto rassegnato il tassista. “Be’, sarebbe pretendere un po’ troppo”, ho obiettato io. “Ma lei capisce?”, è sbottato Thodoros. “La licenza di questo taxi mi costa 350 euro a settimana. Lavoro sette giorni su sette, ma spesso quello che guadagno mi basta solo per coprire le spese. E alla fine ci rimetto di tasca mia. Che il primo ministro sia Papademos o un altro poco importa: la mia attività è andata a rotoli”.

I greci usano spesso il taxi perché costa poco. Con 3 euro e 20 arrivi quasi ovunque nel centro di Atene, e una corsa più lunga non costa mai più di 6 euro. Fino a sei mesi fa trovare un’auto libera a mezzogiorno era un’impresa. Oggi ci sono dappertutto file di taxi in attesa di clienti. E non solo a mezzogiorno: anche di sera e nel fine settimana.

Ma non basta. La recessione non è l’unica preoccupazione dei martiri. Non hanno più lavoro, eppure devono continuare a pagare: l’imposta sui redditi, le altre tasse e il contributo di solidarietà, che l’anno prossimo dovranno versare addirittura due volte. Quanto all’iva, negli ultimi dodici mesi è stata aumentata due volte. Gli evasori, in compenso, non sanno nulla di addizionali e contributi di solidarietà. Molti di loro non compilano neppure la dichiarazione dei redditi, oppure nascondono al fisco il grosso delle loro entrate. I cittadini onesti, invece, sono costretti a pagare perfino per l’aria che respirano.

Al partito dei martiri appartengono anche i lavoratori e i disoccupati del settore privato. Oggi in Grecia sono pochissimi i lavoratori a cui viene pagato regolarmente lo stipendio. Molti lo incassano a rate e con mesi di ritardo. Tutti vivono in condizioni difficili e tra grandi preoccupazioni, perché temono che le imprese per cui lavorano chiudano i battenti dall’oggi al domani. Inoltre, con la crescita bloccata e senza la possibilità di ottenere un prestito, molte piccole imprese spariscono lasciandosi alle spalle i debiti da pagare. Mio suocero, fornitore di negozi di abbigliamento per bambini, mi ha raccontato che solo nell’ultima settimana gli è capitato di dover affrontare situazioni simili per ben tre volte.

Davanti agli uffici di collocamento si vedono lunghe file di disoccupati che ogni mese aspettano pazientemente il mandato di pagamento per incassare il sussidio in banca. Ma non hanno nessuna certezza che i soldi arrivino ai primi del mese. A volte per avere i loro 416 euro e 50 devono aspettare settimane. Il numero dei disoccupati cresce giorno dopo giorno, e gli uffici esauriscono presto il denaro.

Considerato che l’apparato dello stato e le sue finanze sono al collasso, al ministero delle finanze qualcuno si è fatto venire la brillante idea di far pagare le tasse attraverso le bollette dell’elettricità: a chi non paga viene tagliata la luce. Alla tv greca ho visto immagini di anziani che facevano la fila alla cassa dell’azienda elettrica per pagare le imposte. “Devo pagare subito 250 euro”, ha detto un signore sulla sessantina davanti alle telecamere. “Per l’affitto spendo 400 euro al mese. Come faccio a campare con i 150 euro che mi restano?”.

Vedendo queste scene mi sono improvvisamente tornati in mente gli anni sessanta, quando venni a vivere in Grecia. Allora mi trovai di fronte a uno spettacolo curioso e insolito: case a un piano, costruite in quartieri operai e piccolo borghesi, dai cui tetti spuntavano ancora le sbarre di ferro del cemento armato. Quelle sbarre avevano un aspetto orrendo, ma erano una promessa: il sogno di un secondo piano. Il sogno di un appartamento per i figli. Era l’obiettivo per cui questa gente aveva risparmiato tutta la vita. Oggi, invece, sono tutti al verde. Con il suo brutale clientelismo questo fallimentare sistema politico ha distrutto, insieme alle illusioni di ricchezza, anche la dignità della povera gente.

L’occupazione dello stato
C’è poi il terzo gruppo, che chiamerò il “partito del Moloch”. Questo partito recluta i suoi militanti nell’apparato dello stato e nelle imprese pubbliche, ed è diviso in due correnti: da una parte ci sono gli impiegati e i funzionari pubblici, dall’altra i sindacalisti. Il partito del Moloch è la componente esterna al parlamento su cui fa affidamento il partito che si trova di volta in volta al governo. Ed è anche il garante del sistema clientelare, perché è composto in gran parte da quadri e funzionari di partito.

Questo sistema ha una lunga storia che risale all’epoca successiva alla guerra civile, gli anni cinquanta. A quel tempo i nazionalisti, che avevano sconfitto i partigiani comunisti, occuparono l’intero apparato statale, mettendo ovunque persone di loro fiducia: una sorta di ricompensa per la fedeltà agli ideali nazionalistici e monarchici. Poi, nel 1981, subito dopo l’ingresso della Grecia nella Comunità economica europea, andò al governo per la prima volta il partito socialista, il Pasok. Furono i socialisti a trasformare questo sistema in una consuetudine politica. Inizialmente la prassi fu giustificata con argomenti abbastanza ragionevoli, condivisi dagli elettori.

Secondo il Pasok, dopo il lungo dominio dei partiti di destra, l’apparato statale era diventato pregiudizialmente ostile alle forze di sinistra. Per poter governare, quindi, i socialisti dovevano mettere uomini di fiducia nei posti chiave dell’amministrazione. Ma la cosa non finì lì. Ben presto tutto l’apparato statale fu occupato dagli uomini del Pasok. Quasi la metà degli iscritti al partito fu ricompensata con un posto nella pubblica amministrazione.

Da allora tutti i governi greci si sono legati a una di queste due fazioni interne all’apparato statale: una situazione che è durata fino ai primi mesi dell’ultima crisi. Grazie ai sussidi europei i soldi non erano un problema. Quando poi non sono bastati più, se ne sono presi a prestito per tappare i buchi. La maggioranza degli uomini di partito sistemati nell’apparato pubblico non faceva nulla o si limitava al minimo indispensabile. Ecco cosa è capitato a un’amica che lavora come ingegnere in un’azienda pubblica. Un anno fa nel suo ufficio è arrivato un nuovo collega. Il primo giorno ha subito dichiarato: “Care colleghe e cari colleghi, mi dispiace molto ma ho dimenticato tutto quello che ho imparato all’università”. Non ha mai lavorato. E nessuno dei superiori ha mai detto nulla.

I dipendenti pubblici che fanno parte del partito del Moloch, tuttavia, non sono tutti uguali. Una parte dei suoi militanti starebbe meglio nel partito dei martiri: per esempio quei funzionari che si sono guadagnati il posto di lavoro con un concorso e non grazie a raccomandazioni politiche. Sono gli unici dipendenti pubblici che lavorano (a volte per due o per tre, perché devono fare anche il lavoro degli altri) e sono quindi loro stessi vittime del sistema. Gli altri, invece, hanno stretto un’alleanza non solo con i partiti al governo, ma anche con il partito dei profittatori. Questa grande coalizione domina il partito del Moloch da trent’anni.

La piaga dell’evasione fiscale, che ha portato lo stato alla rovina, non sarebbe mai stata possibile senza l’aiuto dei funzionari del fisco corrotti, generosamente ricompensati dagli evasori per la loro disponibilità a collaborare.

Oggi i dipendenti pubblici greci si lamentano perché i loro stipendi sono stati tagliati del 30 per cento. Ma il taglio non ha colpito tutti alla stessa maniera. Le vittime del sistema in effetti ci hanno rimesso un terzo del reddito in termini reali. Ma quelli che si sono coalizzati con i profittatori percepiscono, oltre allo stipendio, anche un reddito al nero, e quindi compensano le perdite con entrate non dichiarate.

L’arma dello sciopero
La seconda componente del partito del Moloch è rappresentata dai sindacalisti. Sui giornali tedeschi leggo spesso notizie sugli scioperi e sulle manifestazioni in Grecia. E quando vado in Germania per presentare i miei libri, tutti mi chiedono perché i greci scioperano così spesso. In realtà l’unico sciopero generale indetto in Grecia negli ultimi anni è stato quello organizzato poche settimane fa, quando il parlamento ha varato un nuovo pacchetto di misure di austerità. Per la manifestazione (in Grecia nessuno sciopero, neanche il più piccolo, si conclude senza un corteo) si sono riunite a piazza Syntagma, di fronte al parlamento, circa 140mila persone. È stata la mobilitazione più grande degli ultimi anni. Perfino i commercianti hanno abbassato le saracinesche, non perché temessero scontri (cosa che peraltro succede spesso), ma perché volevano scioperare anche loro.

Nonostante le affermazioni dei sindacati, di tutti gli scioperi precedenti neanche uno è stato davvero generale. Hanno aderito solo i lavoratori privilegiati del settore pubblico, mentre quelli del settore privato andavano a lavorare come tutti gli altri giorni. La verità è che in Grecia i sindacati non hanno nessun potere sui lavoratori del settore privato, mentre hanno un potere pressoché illimitato nel settore pubblico, e questo gli permette di proclamare uno sciopero in qualsiasi momento. In media riescono a mobilitare una decina di migliaia di manifestanti, tutti dipendenti pubblici.

Anche questo potere dei sindacati ha una sua storia. Il fondatore del Pasok, Andreas Papandreou, che è stato anche il primo presidente del consiglio socialista, dal 1981 al 1989 governò il paese come un monarca. Ma come ogni monarca, per mantenere il potere dovette affidarsi a un’aristocrazia. Così nacque una sorta di nobiltà di corte, formata dai ministri del governo e dai dirigenti di partito. Al suo fianco c’era un’aristocrazia cittadina, formata dai funzionari del sindacato e del partito sistemati nell’apparato dello stato e nelle sue aziende, affiancata a sua volta da un’aristocrazia nazionale, composta dai funzionari che riversavano sugli agricoltori i sussidi erogati dall’Unione europea. In questa situazione le istituzioni democratiche in un modo o nell’altro funzionavano, ma bastava una parola del sovrano perché un notabile cadesse in disgrazia e perdesse il posto. La benevolenza del re, però, poteva anche concedere poteri illimitati.

L’accordo con il partito al governo ha enormemente accresciuto il potere dei sindacati della funzione pubblica. Questo potere è legato a molti privilegi. Nel settore pubblico non si muove nulla senza l’assenso dei sindacalisti. Le aziende non osano opporsi ai sindacati. Temono la collera dei ministri e dei partiti al governo. Spesso, quando scoppia un conflitto tra sindacato e impresa interviene un ministro e l’azienda finisce per avere la peggio.

Gli scioperi nelle aziende di pubblica utilità e nei servizi pubblici, che a volte hanno cadenza settimanale, non sono che l’ultimo, disperato tentativo del partito del Moloch di salvaguardare i propri privilegi. O almeno di salvare il salvabile.

Le conseguenze di questa situazione ricadono come sempre sul partito dei martiri. Quando c’è una manifestazione, spesso il centro di Atene rimane chiuso al traffico e i negozi abbassano le saracinesche per paura degli scontri. Quando scioperano gli autisti dei mezzi pubblici, cosa che succede di continuo, il centro della città diventa un deserto. I commercianti perdono i pochi clienti che potrebbero ancora comprare qualcosa, e i cittadini devono andare a lavorare a piedi o in bicicletta. Può costargli anche un’ora o due ma, temendo per il posto di lavoro, non possono certo permettersi di restare a casa. Ecco perché sono dei martiri.

In Grecia alcuni gruppi fanno il proprio interesse a spese degli altri, e la solidarietà è sconosciuta. Sono i più deboli che pagano il prezzo della lotta dei sindacati contro il governo e contro le sue misure di austerità. E così diventano ostaggi dei sindacati stessi.

La quarta e ultima fazione della società greca è quella che mi preoccupa di più. È il “partito dei senza futuro”, tutti quei ragazzi greci che passano la giornata seduti davanti al computer cercando disperatamente su internet un lavoro in qualsiasi parte del mondo. Non diventeranno Gastarbeiter (lavoratori immigrati) come i loro nonni, che negli anni sessanta partirono dalla Macedonia e dalla Tracia per andare a cercare un lavoro in Germania. Questi ragazzi hanno una laurea e a volte perfino un dottorato. Ma dopo gli studi li aspetta la disoccupazione.

Io sono nato e cresciuto a Istanbul e ormai da molti anni vivo ad Atene. Mia figlia ha fatto il percorso inverso: è nata ad Atene e oggi vive a Istanbul. Una specie di “ritorno in patria della seconda generazione”. Quello di mia figlia non è certo un caso isolato: nell’ultimo anno un fiume di giovani è emigrato a Istanbul. Una volta in Turchia, questi ragazzi e ragazze si rivolgono al patriarcato ecumenico della chiesa greco-ortodossa per chiedere un lavoro o almeno un aiuto fino a quando non trovano un appartamento in affitto. La Grecia ha accantonato la sua antica diffidenza verso la Turchia grazie alla disoccupazione giovanile.

Vuoi per la recessione e per le misure di austerità, vuoi per la riduzione del debito e per le riforme, noi greci saremo vittime della crisi: nel migliore dei casi per due generazioni e nel peggiore per tre. I veri perdenti di oggi sono i giovani. Ma domani sarà tutto il paese a crollare, perché nel giro di pochi anni mancheranno forze nuove.

Gli unici che oggi decidono di venire in Grecia sono quelli che se la passano ancora peggio di noi. Ogni giorno compro i quotidiani alla stessa edicola, all’angolo della strada in cui abito. Il proprietario del chiosco è un albanese. L’altro ieri, mentre compravo il giornale, mi fa: “Guardi un po’”, e mi indica un africano che fruga nei cassonetti non lontano da noi. “Bisognerebbe rispedirli tutti a casa loro”.
“Proprio lei!”, ribatto stizzito. “Ha dimenticato che vent’anni fa i greci la chiamavano albanese di merda?”.

“È vero. Ma adesso è passato: i nostri figli vanno alle scuole greche, parlano greco e nessuno li distingue più dagli altri bambini greci”, risponde. “Molti di noi hanno perfino preso la cittadinanza greca. Il problema, adesso, è un altro: in Albania dovrò tornarci da albanese o da greco?”. “Ma come, vuole tornare in Albania?”. “Eh sì. L’edicola va bene, ma non basta per mantenere due famiglie. Sa, mio figlio è sposato e non ha un lavoro. Sua moglie è greca e in Albania non ci vuole andare. Quindi torno io con mia moglie, e lascio l’edicola a nostro figlio. Se rientro come albanese, i miei amici di un tempo mi prenderanno in giro. Sono venuto a cercare una vita migliore in Grecia e adesso torno in patria con la coda tra le gambe: per loro sono un fallito. Ma se torno da greco, mi copriranno d’insulti. ‘Voi greci’, mi diranno, ‘ci avete sempre disprezzato. Abbiamo dovuto aspettare il visto greco per mesi e siamo stati trattati come rifiuti. E adesso venite a cercare lavoro da noi’”. Il mio edicolante non è l’unico albanese a voler tornare a casa. Sono molte le famiglie albanesi che hanno già lasciato la Grecia.

Generazione perduta
Alla parata scolastica del 28 ottobre, gli alunni di un ginnasio di Atene si sono presentati con dei fazzoletti neri al collo. In Grecia il 28 ottobre è festa nazionale: si ricorda l’inizio dell’invasione dell’esercito italiano, nel 1940, e il rifiuto del paese di arrendersi all’ultimatum di Mussolini.

Quando l’opinione pubblica è venuta a sapere della manifestazione con i fazzoletti neri, c’è stata un’ondata d’indignazione e molti giornalisti hanno parlato di “offesa alla festa nazionale”. Ma i presunti provocatori erano semplicemente degli studenti di un liceo di Aghios Panteleimon, uno dei quartieri più degradati di Atene, con un tasso di disoccupazione tra i più alti del paese.

Per prendere la licenza liceale tutti gli studenti greci devono frequentare la cosiddetta scuola preparatoria, necessaria per entrare all’università. Naturalmente questo vale anche per i ragazzi di Aghios Panteleimon. Molti di loro, però, sono figli di disoccupati che non possono più pagare la retta scolastica. E così rischiano di non poter avere un’istruzione superiore. “Non volevamo disturbare la parata, volevamo solo esprimere la nostra preoccupazione per il futuro che ci aspetta”, ha dichiarato uno degli studenti.

Ma questa vicenda è solo una faccia della medaglia. Una sera di fine novembre ero seduto nel caffè della mia casa editrice, quando una signora sulla quarantina si è avvicinata e mi ha chiesto se poteva sedersi al mio tavolo. Voleva parlarmi del mio thriller Prestiti scaduti, che racconta le difficoltà dei greci per la crisi economica. Alla fine mi ha detto: “Io insegno in un ginnasio di uno dei quartieri nord di Atene, e ogni giorno mi vergogno per come abbiamo educato male questi ragazzi”.

“Cosa intende dire?”, le ho chiesto.

“Ogni giorno, durante la ricreazione, osservo gli studenti. Non parlano che di automobili, jeans di Armani e magliette di Gucci. Non hanno la minima idea del fatto che il paese è in crisi e nemmeno di quello che li aspetta. Arrivano a scuola già viziati dai genitori, e noi continuiamo a viziarli”. Due scuole, due mondi diversi: ecco la Grecia. Una vive nei quartieri poveri, l’altra in quelli ricchi. Già a scuola i ragazzi sono diversi. I genitori benestanti regalano un’automobile ai figli che fanno l’esame di maturità. Non possono tollerare che i loro rampolli vadano all’università in autobus.

A una giornalista che raccoglieva materiale per un articolo davanti a un ufficio di collocamento, un ragazzo si è rivolto dicendo: “La prego, non scriva il mio nome. Mia madre non sa che sono disoccupato e che vengo qui a prendere il sussidio”.

Questa settimana ero in attesa a una fermata dell’autobus quando un signore anziano mi ha indicato la solita fila di taxi. “Nessuno li prende più”, ha detto. “E neanche gli ingorghi sono più frequenti come un tempo. È semplice: la gente non prende l’auto perché la benzina costa”.

“Già, sono tempi difficili!”, ho risposto.

“Bah!”, ha ribattuto lui. “Io sono cresciuto negli anni quaranta, al tempo della miseria. Si figuri che andavo a scuola scalzo, perché avevo un solo paio di scarpe e dovevo tenerle da conto”.

È vero. Ma le generazioni cresciute dopo il 1981 non hanno mai conosciuto la povertà. Hanno vissuto in un’epoca di falsa ricchezza, e al solo pensiero di dover fare delle rinunce vengono prese dal panico. Per loro la miseria è qualcosa di sconosciuto. I giovani di oggi sono figli di una generazione che è stata segnata dalla rivolta del Politecnico del novembre 1973, quando uno sciopero degli studenti contro la dittatura dei colonnelli fu represso nel sangue. Quella generazione, però, ha finito per distruggere il paese. Con i suoi slogan di sinistra pensava di costruire una Grecia nuova, ma ha fallito. Le persone oneste si sono ritirate nella sfera privata. Gli altri sono entrati in politica, hanno arraffato un lavoro redditizio come imprenditori all’interno del sistema clientelare, oppure un posto ben pagato nella pubblica amministrazione.

Nei primi anni ottanta chi condivideva questi slogan di sinistra è riuscito a entrare in politica con la tessera del Pasok o ad assicurarsi una poltrona nell’apparato dello stato. Chi non condivideva questo linguaggio faceva parte del vecchio sistema reazionario. Con il passare del tempo, molte di queste persone sono diventate ricchissime. Eppure continuano a dirsi di sinistra. Ma è solo una farsa. Sono questi i vincitori di ieri. Ma i loro figli fanno parte della generazione perduta di oggi. E domani la loro rabbia non risparmierà i padri.

Traduzione di Marina Astrologo.

Fonte: Internazionale, numero 928, 16 dicembre 2011