sabato 30 aprile 2011

PISTOLETTO, 'DA UNO A MOLTI' @MAXXI (fino al 15/08/2011)















La mostra su Michelangelo Pistoletto ‘Da uno a molti’, ospitata nel moderno scenario del Maxxi a Roma, ci porta a ripercorrere la ricerca artistica del biellese. Ricerca che riflette sull’unità e sul molteplice, sulla possibilità, attraverso l’opera, di creare un’azione collettiva. Il bisogno di partecipazione e collaborazione permeano lo spirito di Pistoletto, così come quegli anni Sessanta, caratterizzati nel sociale dalle moltitudini in piazza e in ambito espressivo dalle azioni performative, che tendevano a raggruppare varie forme artistiche, dal teatro alla musica, dalla fotografia alla scultura, alla pittura. Il lavoro dell'artista, vario eppur unitario, è la risposta, dunque, a una tensione costante tra artista e società, tra opera d’arte e spettatore, tra arte e vita.
Le prime opere risalgono alla fine degli anni Cinquanta e sono per lo più autoritratti. Influenzato profondamente da Francis Bacon, del quale assorbe lo studio sull’impersonalità, sull’isolamento delle figure rappresentate, difatti, spersonalizza le loro caratteristiche e neutralizza lo sfondo, usando stesure di colore pieno. Dinanzi a questi sfondi così verniciati, così pieni, l’artista ricerca la propria ombra riflessa, come nell’opera ‘Esperimento’ (1959), una tela che irrompe nello spazio e si appropria di alcuni oggetti, come corde o pezzi di legno.


L’idea dell’immagine riflessa diventa la sua ricerca, culminata nella serie dei ‘Quadri Specchianti’, iniziati nel 1962. Realizzati con lastre di acciaio inox lucidate a specchio, queste opere proiettano verso l’esterno la forza dell’artista e al contempo riflettono lo spazio circostante e gli spettatori stessi. Per le figure rappresentate, utilizza la professionalità del fotografo Paolo Bressano. Le foto ingrandite, quasi a scala reale, vengono poi tratteggiati su carta velina e dipinti a mano in modo dettagliato. Ritagliando ogni persona e ogni particolare, Pistoletto ricompone le immagini in dialoghi narrativi e poi incollati sui pannelli di acciaio lustrati a specchio. Con questa tecnica egli intreccia, così, fotografia, disegno e pittura.
La trasparenza del supporto affievolisce la portata scultorea degli oggetti ed implica anche una relazione diretta con lo spazio tridimensionale: ad esempio nell’opera ‘Tavolino con disco e giornale’ si vorrà esprimere più l’idea del tavolo che non la sua raffigurazione. Dirà l’autore: “Una ‘cosa’ non è arte, l’idea espressa della stessa ‘cosa’ può esserlo” - siamo nel decennio che precede l’arte propriamente concettuale.
Dal 1971, Pistoletto passerà alla serigrafia e si allontanerà sempre più dalla pittura, virando verso la fotografia, collaborerà con Paolo Mussat Sartor, e poi con Paolo Pellion di Persano. Questa svolta lo porterà a riconsiderare i suoi ‘Quadri’: nella composizione lo spettatore assume sempre più il ruolo di ‘testimone’, complice, vittima o prigioniero di una realtà violenta, come in ‘Cappio’ o ‘L’Uomo che spara’, entrambi del 1973, un’eco agli Anni di Piombo.


A guidare la ricerca della serie ‘Luci e riflessi’ sarà l’idea di cambiamento e contingenza attraverso i riflessi generati dal mylar, dalle luci tremolanti di candele e da lampadine appese.
Qualche passo più in là e si arriva allo spazio dedicato agli ‘Oggetti in meno’, serie nata tra il ’65 e il ’66. In questo periodo negli USA imperava l’estetica del Minimalismo, dal quale Pistoletto prenderà subito le distanze, rifiutando l’idea stessa di ripetitività dell’atto creativo. A riguardo, l’autore dichiarava: “Non sono costruzioni ma liberazioni – io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno”. La libertà creativa espressa da questi oggetti anticipano lo spirito di quel movimento che sarebbe emerso nel 1967 come Arte Povera. Spesso associata a un’arte composta di ‘oggetti semplici’, nasce, però, con un evidente riferimento al Teatro Povero di avanguardia del polacco Jerzy Grotowski.


E proprio in questa corrente estetica ci si imbatte nella galleria dedicata alla sezione ‘Stracci’. Questi stracci, precedentemente usati per lucidare i ‘Quadri Specchianti’, superano ora la loro funzione originaria e diventano essi stessi oggetti d’arte. Stracci utilizzati in diversi modi: dalla barricata di mattoni del ‘Muretto di stracci’ e del ‘Monumentino’ (installazioni e interventi architettonici allo stesso tempo), all’ ‘Orchestra di Stracci – Quartetto’, composta da bollitori che si inseriscono a intermittenza nello spazio con i loro fischi. Infine, l’iconica ‘Venere degli Stracci’, diventata il simbolo stesso dell’Arte Povera. La Venere di marmo bianco, posizionata di spalle, dinanzi a un cumulo di stracci, rivela il senso stesso della dialettica ricerca dell’artista: visione statica e dinamica, bellezza classicheggiante e uso ‘informale’ dei materiali, individualità della figura e molteplicità.
L’ultimo capitolo della mostra è dedicata all’esperienza performativa con ‘Lo Zoo’, il nome nasce dalla voglia di uscire dalla gabbia sociale e limitante per una mente creativa, impegnandosi sia in performance organizzate, che in azioni estemporanee in teatri, gallerie d’arte e in strada.


Un’arte bella, trasandata e ribelle, quella emersa in questo viaggio nel mondo artistico di una delle figure che più ci invidiano all’estero.

Lina Rignanese

giovedì 28 aprile 2011

PLASTIKI














Era il 28 aprile del 2010 e una zattera interamente costruita con 20.000 bottiglie di plastica, il Plastiki, salpava dalla baia di San Francisco verso Sidney a 12.000 km di distanza. L’idea di attraversare l’Oceano Pacifico era venuta al milionario e ambientalista britannico, David Mayer de Rothshild, sulla scia di una precedente spedizione avvenuta nel 1947 a bordo di una zattera di tronchi, il Kontiki, guidata dal norvegese Thor Heyerdahl. Lo scopo di Rothshild era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica circa un uso più consapevole della plastica. Materiale che circonda ogni nostra azione quotidiana, dal cruscotto delle macchine, alla tastiera dei pc, alle bottiglie d’acqua, all’insalata.
A causa dello smisurato e spasmodico consumo di plastica è spuntato un nuovo continentale galleggiante proprio in mezzo al Pacifico, si tratta del Great Pacific Garbage Patch. Un accumulo di rifiuti di plastica esteso per un territorio grande circa due volte la Gran Bretagna e che fluttua trasportato dalle correnti oceaniche. Si trova appena sotto la superficie fra la California e le Hawaii e si forma per una corrente circolare in mezzo al Pacifico. Un vortice che ha iniziato a raccogliere qui la spazzatura di tutto il mondo e nessuna Nazione si è mai assunta la responsabilità, né la gestione o il tentativo di smaltimento.
Durante la traversata, se il Garbage Patch è stato una presenza ingombrante, di contro un’assenza lampante è stata quella degli animali marini. Se nei diari di bordo di Heyerdahl si descriveva l’Oceano come un brulicare di pesci che andavano a sbattere contro la zattera e spesso vi finivano sopra, nei quattro mesi di navigazione, la truppa del Plastiki, invece, era riuscita a pescare solo cinque pesci in tutto.
Alla base del progetto Plastiki vi era il tentativo di navigare in una situazione di quasi totale autosufficienza e nel modo più sostenibile possibile. In effetti, la zattera lunga 20 metri e interamente composta di materiali riciclati veniva alimentata da pannelli fotovoltaici, da un generatore di elettricità collegato a una cyclette, e in caso di venti sfavorevoli il catamarano poteva muoversi con un motore a olio vegetale, sebbene fosse poi risultato troppo poco potente. La skipper Jo Royle aveva previsto a bordo anche una capsula con dentro un orticello, però questo era finito con l’appassirsi alle bollenti latitudini equatoriali e per il necessario frazionamento dell’acqua potabile.
Dopo aver affrontato venti di burrasca a 60 nodi, tratti di vento contrario, distese di mare in bonaccia e infine il temibile mare di Tanzania, il cosiddetto “peggior tratto di mare del mondo” per via della confluenza dei forti venti dell’Antartide, il Plastiki, con tutto il suo carico di temerarietà e buona volontà, è riuscito a raggiungere le acque sicure di Sidney. Un’avventura costantemente aggiornata sul blog di David e che ha vantato milioni di interessati, spettatori e lettori, grazie al web e ai collegamenti satellitari con i media di tutto il mondo. Giunto sulla terraferma David, più che a trasmettere il sospiro di sollievo per l’arrivo era già ripartito in quarta con la nuova sfida: “il punto non è tanto se riusciremo a salvare la Terra, quanto piuttosto se riusciremo a salvare noi stessi”.

Lina Rignanese

domenica 17 aprile 2011

100 DI QUESTI POST














Siamo giunti a 100 scritti in circa un anno e mezzo di vita de l'[A]lter. Una vita breve neanche troppo prolifica, anzi tempestata da pensamenti e ripensamenti che mettevano in discussione il blog e l'utilità stessa della scrittura.
Alcuni di voi lettori c'hanno donato la giusta energia per non mollare e riprendere la scrittura. A voi vorrei dedicare questi 100 post. Grazie di cuore!

la redazione (virtuale)

THE WARD - IL REPARTO

Quanto possono influire sul nostro futuro i traumi infantili? Quanto possono un maltrattamento, o peggio ancora, un abuso condizionare e cambiare la persona che diventeremo, influire sulle nostre stesse azioni future e di conseguenza, come può reagire a tutto questo la nostra personalità? Sono domande di difficile risposta, a cui prova a dare una piccola spiegazione uno dei protagonisti dell’horror vecchio stile: John Carpenter.
Con il suo ultimo lavoro 'The Ward – Il reparto', il regista di 'Halloween' mette in scena i traumi della psiche umana e lo fa con quel tocco a metà strada tra il macabro e l’oscuro che ha sempre caratterizzato i suoi lavori passati.
Siamo negli anni Sessanta e una ragazza di nome Kristen, dopo esser scappata da un ospedale, dà fuoco ad una vecchia fattoria. Viene ritrovata, condotta in una clinica psichiatrica e ricoverata in un reparto specializzato. Non è la sola a trovarsi lì, con lei infatti ci sono altre quattro ragazze anche loro affette da “malattie mentali”. Da subito iniziano ad accadere strani episodi fuori dal normale: uno spettro minaccia, infatti, tutte le pazienti del reparto e chiunque voglia uscire da esso. Una ad una tutte le ragazze faranno i conti con lo spettro; la stessa Kristen si troverà di fronte al fantasma e dovrà affrontarlo per scoprire chi è veramente.
Il ritorno alla regia del genio di Carpenter è sicuramente ben accolto dai suoi fans; il regista tira fuori una storia ben delineata in tutti i suoi particolari, e se bene non si apporti nulla di nuovo nel panorama horror, il film resta comunque di pregevole fattura e con spunti molto interessanti. Ottime le inquadrature in soggettiva degne del miglior Kubrick di 'Shining', e in effetti il film di Carpenter, forse per la presenza di spazi enormi e spesso vuoti, o perché il protagonista anche in questo caso è un insano di mente, ricorda molto il capolavoro di Stanley Kubrick.
Da ricercare inoltre una denuncia sociale all’interno del film che in questo caso sta sia negli abusi e nelle torture che si possono subire da ragazzi, sia in ciò che questo può comportare in futuro nella mente di chi è stato vittima di violenze infantili; in questo contesto la piccola Kristen, dopo essere stata rapita, torturata e violentata da ragazzina, è riuscita a sviluppare una personalità multipla, tanto da farle dimenticare chi fosse realmente. A tutto questo si aggiunge poi il tocco di Carpenter che si fa sentire per tutti i novanta minuti del film; mischia le carte e confonde lo spettatore fino alla fine dove finalmente la verità verrà fuori e tutto acquisterà un filo logico.
Quanto possono influire sul nostro futuro i traumi infantili? Quanto possono un maltrattamento, o peggio ancora, un abuso condizionare e cambiare la persona che diventeremo, influire sulle nostre stesse azioni future e di conseguenza, come può reagire a tutto questo la nostra personalità? Sono domande di difficile risposta, a cui prova a dare una piccola spiegazione uno dei protagonisti dell’horror vecchio stile: John Carpenter. Con il suo ultimo lavoro “The Ward – Il reparto”, il regista di Halloween mette in scena i traumi della psiche umana e lo fa con quel tocco a metà strada tra il macabro e l’oscuro che ha sempre caratterizzato i suoi lavori passati.
Siamo negli anni Sessanta ed una ragazza di nome Kristen, dopo esser scappata da un ospedale, dà fuoco ad una vecchia fattoria. Viene ritrovata, condotta in una clinica psichiatrica e ricoverata in un reparto specializzato. Non è la sola a trovarsi lì, con lei infatti ci sono altre quattro ragazze anche loro affette da “malattie mentali”. Da subito iniziano ad accadere strani episodi fuori dal normale: uno spettro minaccia, infatti, tutte le pazienti del reparto e chiunque voglia uscire da esso. Una ad una tutte le ragazze faranno i conti con lo spettro; la stessa Kristen si troverà di fronte al fantasma e dovrà affrontarlo per scoprire chi è veramente.
Il ritorno alla regia del genio di Carpenter è sicuramente ben accolto dai suoi fans; il regista tira fuori una storia ben delineata in tutti i suoi particolari, e se bene non si apporti nulla di nuovo nel panorama horror, il film resta comunque di pregevole e fattura con spunti molto interessanti. Ottime poi le inquadrature in soggettiva degne del miglior Kubrick di Shining e in effetti il film di Carpenter, forse per la presenza di spazi enormi e spesso vuoti, o perché protagonista anche in questo caso è un insano di mente, ricorda molto il capolavoro di Stanley Kubrick.
Da ricercare inoltre una denuncia sociale all’interno del film che in questo caso sta: sia negli abusi e nelle torture che si possono subire da ragazzi, che in ciò che questo può comportare in futuro nella mente di chi è stato vittima di violenze infantili; in questo contesto la piccola Kristen, dopo essere stata rapita, torturata e violentata da ragazzina, è riuscita a sviluppare una personalità multipla, tanto da farle dimenticare chi fosse realmente. A tutto questo si aggiunge poi il tocco di Carpenter che si fa sentire per tutti i novanta minuti del film; mischia le carte e confonde lo spettatore fino alla fine dove finalmente la verità verrà fuori e tutto acquisterà un filo logico.

Emiliano Sportelli

venerdì 15 aprile 2011

HABEMUS PAPAM - Habemus Nanni(m)











A cinque anni dal suo ultimo lavoro, è finalmente uscito l’attesissimo film di Nanni Moretti, ‘Habemus Papam’, in concorso al 64° Festival di Cannes. Il gran merito del lungometraggio è quello di umanizzare gli uomini di Chiesa attraverso il linguaggio della commedia d’autore, che conquista fin dalle prime scene, quando un centinaio di cardinali, provenienti da tutti i continenti, si riuniscono in conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Tra i candidati alla “veste bianca” non c’è senso di arrivismo né competizione per arrivare al posto massimo del potere religioso cattolico, tutt’altro, infatti, ogni singolo cardinale rivolge preghiere a Dio affinché non venga scelto: aleggia così tra i pensieri, si scorge dai labiali sbiascicati e dagli scatti nervosi del battere le penne sui tavoli, un significativo: “Non io, vi prego, Signore…”
Dopo due fumate nere, finalmente il nome viene deciso. È il momento che il nuovo papa (uno straordinario Michel Piccoli) faccia la sua prima benedizione ai fedeli che gremiscono Piazza San Pietro, ma l’annuncio del nunzio papale viene interrotto da urla sinistre…
“Ho voluto raccontare un personaggio che si sentisse inadeguato” – afferma Moretti durante la conferenza stampa – “Alle volte, ognuno di noi dovrebbe provare a sentirsi tale, ma non per autodistruggere quello che si è costruito, bensì per ricominciare al meglio”.
Un papa distaccato dal suo ruolo, un uomo prima di tutto, che non ha nulla dell’eroico o della guida, che incarna i pregi di un carattere buono e i limiti di chi non è capace di reggere sulle proprie spalle l’intero popolo di fedeli: “Serve una guida che rifondi la Chiesa, ma quella guida non sono io.” Papa Melville (“un omaggio al regista di noir francesi”, rivela Moretti ), piuttosto, se ne va in giro per Roma in autobus e si unisce a un gruppo di teatranti che mette in scena ‘Il gabbiano’ di Cechov. D’altronde il teatro era la sua vera passione…


Dinanzi alla crisi di panico del neo-eletto Papa, viene fatto chiamare uno psicanalista (un azzeccato Nanni Moretti) così sicuro di sé da autodefinirsi “il migliore di tutti”, dunque, una sorta di antitesi del papa “inadeguato”, che, durante il suo soggiorno nella Santa Sede, saprà ben guidare (a differenza di Melville) e distrarre i cardinali rinchiusi, finché il nuovo Papa non sarà presentato ufficialmente. Brezzi/Moretti, organizza un torneo di pallavolo intercontinentale, dà suggerimenti su ansiolitici, sonniferi e altre medicine che i porporati sono soliti prendere. Molto divertenti, inoltre, le scene in cui la psicoanalisi si confronta con la fede, e se da una parte c’è chi afferma che “il concetto di anima e d’inconscio non possono coesistere”, dall’altra, invece, il professore vede ‘casi’ dappertutto: “Nella Bibbia ci sono già tutti i sintomi della depressione”, mentre la psicoanalista (una Margherita Buy impeccabile) riconduce tutto al “deficit da accudimento”.
Un film ben distante dall’attualità, dai fatti di cronaca, non si sente eco di commenti punzecchianti, né di critiche ammiccanti da parte degli sceneggiatori (Francesco Piccolo e Federica Pontremoli, oltre a Moretti), eccetto quando lo psicoanalista nel suo “soggiorno forzato” fa notare come nella Città del Vaticano la benzina costi meno e nelle farmacie si trovano farmaci che in Italia non sono in circolazione. Un lavoro davvero impeccabile, sia dal punto di vista tecnico, con una fotografia allegra e colorata (curata da Alessandro Pesci), sia nella scenografia o nella cura dei costumi (rispettivamente curati da Paola Bizzarri e Lina Nerli Taviani). “Abbiamo cercato di rispettare i rituali vaticani vedendo documentari e leggendo testi attinenti, inoltre, per la scena del giuramento delle Guardie Svizzere ci siamo avvalsi di un consulente” – riferisce il regista.
Habemus un Nanni(m) in gran forma, capace di farci affezionare a questo papa inadeguato e alle gerarchie cattoliche, mai viste (al cinema e non solo) in vesti così umane. Chissà che non lo percepiscano anche i francesi…

Lina Rignanese

giovedì 14 aprile 2011

ANNA CALVI















Live@Circolo degli Artisti, Roma (11 Aprile 2011)

Anna Calvi è un brillante nell’attuale scontato scenario della musica britannica. Suona la Fender Telecaster come se avesse con essa un’intima relazione. Il suo tocco è magico, profondo, arriva diretto al petto e all’ombelico. Lei stessa definisce la sua musica come essenziale, curata, levigata, senza fronzoli. “I don’t want my music full of crap. I’m quite quiet. I just say something when I have something to say, and my music’s like that as well”. Questo suo aspetto introverso e tranquillo trapela anche dal palco, poche le parole tra una canzone e l’altra, solo ringraziamenti al pubblico, caldo e partecipativo – anche se a tratti rumoroso e fastidioso, e un forte omaggio alla famiglia, con la dedica del brano ‘Love Won’t Be Leaving’.
Ventotto anni, cresciuta nella zona sud-ovest di Londra, a Putney (Wandsworth), ha scritto e composto l’omonimo disco d’esordio negli ultimi tre anni, completamente isolata nel seminterrato dei genitori. Ha iniziato a scrivere canzoni e a suonare intorno ai dieci anni, prima il violino, poi la chitarra, desiderata dopo aver ascoltato ‘Space Oddity’ di David Bowie. Fino a qualche anno fa era la chitarrista dei ‘Cheap Hotel’, progetto abbandonato per seguire la strada da solista. Quello che colpisce è la sua riluttanza nel volersi confrontare con la propria voce, solo di recente, infatti, ha provato a migliorarla, lavorandoci su da autodidatta e prendendo ad esempio le voci immortali di Nina Simone, Edith Piaf, Scott Walker. Ora la sua voce è sbocciata ed è diventata vellutata, calda, avvolgente.
Il concerto (sold out) è durato circa un’ora, purtroppo, ma il repertorio della bionda londinese consta delle dieci tracce dell’album oltre ad alcune cover. Nonostante la brevità, il live è stato superlativo, d’altronde anche pochi minuti della sua voce e del suo modo di suonare la chitarra, una via di mezzo tra il ruggito del blues e la delicatezza dell’arpa, riuscirebbero a trasportare l’ascoltatore in un mondo romantico, dove le ferite diventano note e la passione, il desiderio, la solitudine si animano contro i demoni incontrollati delle personali esistenze.
Era sul palco insieme alla band di fiducia: la polistrumentista Mally Harpez (armonica, percussioni) e Daniel Maiden-Wood (batteria). Un inizio nella semipenombra con la dark lady romantica in completo scuro, camicia e pantaloni a sigaretta, a imbracciare la sua Fender e a deliziarci con la strumentale ‘Rider to the Sea’. Poi quasi di fila ha eseguito tutti gli altri brani del disco, più la cover di ‘Jezebel’, scritta da Wayne Shanklin e resa famosa da Edith Piaf e quella di ‘Surrender’ di Elvis Priestley. Un unico brano concesso per il bis, una ‘Morning Light’ che fa intravedere uno spiraglio di luce tra gli angoli bui.
La sua musica è una ferita profonda da cui non occorre fuggire, ma entrarci per scavare tra i meandri più reconditi e cercare dal di dentro la via d’uscita per guarire.

Lina Rignanese

lunedì 11 aprile 2011

AMERICAN POP (1981)

Un lungometraggio assolutamente imperdibile, fondamentale, sia per gli amanti del cinema sia per quelli della musica. ‘American Pop’, girato nel 1981 da quel genio (incompreso) di Ralph Bakshi, racconta la storia di quattro generazioni della famiglia Belinsky, utilizzando come cornice quasi un secolo di musica americana. La colonna sonora diventa così mezzo espressivo, partendo dal charleston e dallo swing, passando per il be-bop o il rock’n’roll, fino ai ruggiti di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jefferson Airplane, The Doors, Mamas&Papas, Lou Reed, David Bowie, Sex Pistols, Lynyrd Skynyrd, e tanti altri. Realizzato con la tecnica del rotoscope (i disegni ricalcano scene precedentemente filmate su pellicola con attori veri), le immagini rispecchiano realisticamente le vite dei personaggi, ma non mancano ampie digressioni visive di tipo psichedelico e onirico. Davvero ben riuscito anche l’uso di foto e riprese d’epoca incastonate brillantemente nel tessuto narrativo.
Un film dinamico e struggente, accattivante e piacevole. Un racconto attraverso il filo rosso della musica, che si attorciglia lungo tutto un secolo, tra palchi di cabaret, camerini di burlesque, sugli impermeabili dei gangster, tra i caduti delle due Guerre Mondiali, il Vietnam, gli hippie, le droghe, i beat, la vita on the road, i grandi raduni in musica, il punk, la new-wave, un tuffo in tutto quello che è stato il grande sogno americano.
Un film cult che segna l’apice nella carriera di Ralph Bakshi, un artista sempre molto schivo, a cui deve molto tanto cinema d’animazione e fantasy venuto dopo, da “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a “Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson, fino ai lavori realizzati in photoscope da Richard Linklater.


Si parte dall’immigrato Zalmie, che sogna di fare il cantante e finisce con lo sposare una spogliarellista dalla voce ammaliante. Benny è un pianista talentuoso, ma senza la grinta per sfondare, preferirà mantenere la propria famiglia arruolandosi nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, piuttosto che fare della musica il proprio lavoro oppure entrare nel giro della malavita. Tony, suo figlio, è un personaggio tormentato, irrequieto, il vero protagonista della storia (probabilmente l’alter-ego di Bakshi), riuscirà a mettere in discussione se stesso e ripartendo da zero e dalle visioni stravolte dalle droghe diventerà un affermato song-writer. Infine, le vicende di Pete, il più caparbio tra i quattro personaggi, indurito dalla strada e dalla droga che spaccia, ma non usa, sarà l’unico a diventare una rockstar, col suo fare mezzo David Bowie, mezzo Lou Reed.
Un inno alla vita; un invito a provarci, a mantenere la propria strada, anche se questa s’imbatte in montagne che sembrano insormontabili; uno spronare se stessi a prendere coscienza della propria passione e perseguirla a testa alta e a pieni polmoni, e se la fine del viaggio non sarà visibile, resterà pur sempre la speranza e il pensiero che almeno per qualcuno il sogno americano è possibile. Chissà di non essere tra quei pochi fortunati…

Lina Rignanese

mercoledì 6 aprile 2011

JU TARRAMUTU













“Ho cercato di realizzare un lavoro che fosse uno ‘spazio da abitare’, un luogo in cui gli Aquilani potessero incontrarsi e abitare il film attraverso le loro storie personali”. Così l’autore Paolo Pisanelli introduce il suo documentario ‘Ju ’Tarramutu’, in uscita il 6 aprile in 20 città italiane, autoprodotto “con tanti sforzi” da OfficinaVisioni, Big Sur e PMI.
Quindici mesi di riprese effettuate tra gli sfollati e le macerie, 200 ore di materiale girato che, nel montaggio, effettuato da Matteo Gherardini, ha preso la forma definitiva di un documentario impostato sul’ordine cronologico degli eventi.
A fare da cornice ai vari momenti della vicenda, ci sono le musiche curate da Animammersa, che a suon di taranta invocano Sant’Emidio, il santo del terremoto, per allontanare da questa terra e da tutta la gente le rovine della calamità. Come una sorta di rito di esorcizzazione collettiva, il ritmo ipnotico dei tamburelli e il suono incantevole della chitarra battente, della fisarmonica e della viola enfatizzano la necessità della popolazione di riprendersi la propria terra, di tornare là dove ancora vivono le proprie radici.


Si parte da quel fatidico 6 aprile 2009, ore 3e32, per ventidue lunghi secondi la terra ha tremato lasciando dopo sé aria impastata di polvere e calcinacci, vite mutilate, paesaggi frantumati e silenzio. “La gente girava tra le macerie in silenzio, come fantasmi, con la mente in pausa” – echeggia la voce narrante. “La testa in quei giorni non c’era o forse volevo che non ci fosse” – confessa una signora tra il blu dominante delle tendopoli.
Accanto al silenzio gonfio di dignità degli sfollati stride lo spettacolo mediatico montato per la gloria della politica e per la gioia degli affaristi, in tutto il film i televisori abbondano: dentro le tende, in mezzo alle macerie, nelle case delle new-town. La fiction racconta di “miracoli”, di gente che dovrebbe prendere quest’esperienza come se stesse “in un camping estivo”, si brinda per la consegna delle moderne, antisismiche e provvisorie case. La realtà ripresa, attraverso le persone che accompagnano lo spettatore in questo viaggio “nei territori della città più mistificata d’Italia” – sentenzia il sottotitolo del doc, è però tutt’altra.
Non ci sono pianti, lamentele, non c’è rassegnazione, quello che emerge è la rabbia, coltivata in sé dopo un primo momento di assestamento, di pausa, di terapeutico silenzio. Così inizia a manifestarsi la volontà attiva delle persone che non ci stanno a vedere la propria comunità smembrata e il territorio agricolo dissennatamente cancellato dalle ruspe per far posto alle nuove abitazioni. In assenza di un piano urbanistico, di un piano di sviluppo dei nuovi insediamenti, quello che appare è un agglomerato di case-dormitori costruiti a costi esosi su territori che invece avrebbero continuato a dare lavoro e beni alimentari.


La rabbia fa presto a trasformarsi in presa di posizione, così armati di carriole migliaia di aquilani hanno sfondato le resistenze militaresche e hanno ripreso possesso (seppur per poche ore) del centro di L’Aquila. Era il 28 febbraio 2010 e la cittadinanza attiva non ci stava più a vedere la propria città ancora sommersa dalle macerie, mentre in tutta Italia i media raccontavano che il “problema Abruzzo” era stato risolto e che tutti vivevano felici e contenti. Senza un piano di ricostruzione tutta la zona del cratere è destinata a rimanere una città fantasma, questa la realtà. È a questo destino che la gente si ribella. Ma per tutta risposta ricevono l’ordinanza straordinaria che vieta l’uso assoluto delle carriole, che vengono per questo sequestrate.
Luglio 2010, si parte alla volta della capitale, qui ricevono le manganellate delle forze di sicurezza, che in tenuta antisommossa hanno creato cordoni e barricate per non far avanzare i manifestanti verso i luoghi “strategici”.
È così che finisce questo viaggio, con magliette insanguinate e i politici arroccati nei loro palazzi.


Lina Rignanese