lunedì 28 giugno 2010

UN RESPIRO PRESO BENE ED È “COMING OUT”



















“Coming out” di Pupa Pippia, ed. Nutrimenti, pp. 112, euro 12


Il coming out è una liberazione. Una rinascita. Un parto. Quasi sempre preceduto da depressione, malessere, voglia di sprofondare, annullamento. Poi, però, la natura è più forte e ti accompagna verso la luce. Lo gridi al mondo. Lo sussurri agli amici. Lo affermi ai genitori: “Sono gay.”
E qui, un sospiro di sollievo. Era solo una frase. Un respiro preso bene. Un attimo che ha scacciato tutta l’ombra che avevi vissuto fino ad allora. È di questo che parla Pupa Pippia nel suo libro d’esordio “Coming out” (Nutrimenti/2010), ovvero, venticinque storie per uscire dall’armadio.
Sono storie in cui è raccontato il momento fatidico del venir fuori. Ogni testimonianza ha la sua carica, le sue paure, i pregiudizi, le vergogne, i timori che precedono quell’attimo. Già perché ci vuole tanta forza per compiere quel passo. E come si legge nel testo: “Fare coming out richiede nervi d’acciaio, sangue freddo e una dose di coraggio che i marines al confronto sono femminucce delicate e fragili tutte dedite a orli, pizzi, merletti e allo scambio di informazioni utili sull’ultimo cartamodello appena uscito in edicola”.
La scrittrice fa parlare i protagonisti, lei funge da mezzo. Quello che conta sono le storie di vita che l'autrice ha assorbito durante gli anni passati dietro il bancone del pub “gay friendly” che gestiva al centro di Roma. Qui ha ascoltato tante voci, ha visto piangere occhi, ridere tante bocche. Ognuno alle prese con il proprio “demone”, prima affrontato, poi battuto. E il coming out è proprio la vittoria su questo “demone” fatto di pregiudizi, vergogne, timidezze, angosce. Non che il dichiararsi porti via tutto questo, ma è un passo avanti, è l’uscire allo scoperto, il non dover nascondersi dietro false esistenze, falsi amori. È la capacità di amarsi e accettare la propria natura, innanzitutto, poi il bisogno di comunicarlo agli altri.

Lina Rignanese

martedì 22 giugno 2010

Delirando "Nella Capitale delle Meraviglie" con "HOGRE&Psycholab"














Sulle tracce del Bianconiglio che ha rapinato una banca e ucciso l’ostaggio. Non sto delirando per aver assaggiato un pezzo di qualche funghetto allucinogeno datomi dal bizzarro Brucaliffo. Tutto potrebbe essere, in realtà, o forse no. E Alice? Lei s’imbatte nel Bianconiglio e condividendo una parte del bottino lo segue “Nella Capitale delle Meraviglie”: Roma.
Roma dagli inizi di giugno ha visto le strade tra il Pigneto e San Lorenzo riempirsi di stencil e poster firmati “HOGRE&Psycholab” e animarsi dei personaggi della favola di Lewis Carroll – in versione pulp, si sa, siamo nel XXI secolo dopo Cristo…
Dal 5 giugno, il duo composto dallo Street artist e dal grafico-fotografo sono on line con un sito (www.nellacapitaledellemeraviglie.com) che apre le porte del web alle strade romane. Un modo per conoscere uno ad uno i personaggi carrolliani attraverso un gioco di svelamento, fino a giungere a profili psichedelici e codici da riutilizzare. Un video d’animazione fa da collante e da spiegazione alla storia che ci viene ri-raccontata.

Una trovata senza dubbio originale, un modo per avvicinare all’arte di strada e per parlare di crisi d’identità. E in crisi sono tutti i personaggi, compresi gli autori, anonimi. Il Brucaliffo, infatti, diventa un verde essere che vive nell’irrealtà, causa e soluzione al tempo stesso di ogni problema. Lo Stregatto è un ciccione in canottiera sprofondato sulla poltrona, con in mano il telecomando e l’aria malsana di chi da troppo tempo fissa una TV spazzatura. Alice è sempre più svampita e persa, fuma e diventa complice del Bianconiglio, tutt’altro che sornione. Il Cappellaio matto è un pirandelliano “uno, nessuno, centomila”. La Regina buca lo schermo con la sua imbronciata e accattivante faccia, un misto tra la candidata elettorale e Wanda Osiris.
E come dice quel saggio fumatore di narghilè e di sostanze psicotrope del Brucaliffo: “Il tutto è la somma delle parti, più la loro assenza, più qualcos’altro”. Se siamo degli amanti dell’illusione e dell’irreale, non ci resta che unirci a quel “tutto” e cercare in esso una stupefacente via di fuga tra le “meraviglie”.

Lina Rignanese

lunedì 21 giugno 2010

Il cantautorato rock de "Il teatro degli orrori"















Una serata uggiosa. Da felpa e foulard. Villa Ada appare come un nordico boschetto umido e fresco. Il popolo de ‘Il Teatro degli Orrori’ non si è fatto scoraggiare. D’altronde, sfidare il maltempo fa parte del carattere rock/punk di ognuno dei presenti… La gente intorno a me beve birra e fuma sigarette arrotolate. Ne vorrei una – di birra e di sigarette – ma attenderò di superare la convalescenza. Aprono la serata i quattro ‘Luminal’, band romana dalla frontwoman deliziosa con il ciuffo svolazzante, la voce incantevole e la chitarra tra le mani. Brani new-wave dall’album ‘Canzoni di Tattica e Disciplina’ (Black Fading/Fridge - 2009), che ben si accosta a quanto ci sarà nel proseguo del live.
Un po’ di suspence ed eccoli sul palco, avvolti nel più sulfureo dei fumogeni: Pierpaolo Capovilla (voce e “deus ex machina”), Francesco Valente (batteria), Gionata Mirai (chitarra), Tommaso Mantelli (basso) e Nicola Manzan (chitarra e violino). Il rock all’italiana oggi ha questo nome artaudiano e suona noise/punk con testi lirici, irriverenti, arrabbiati, di rivolta, malinconici, di vita e di morte. Sempre avvolti dal velo del Romanticismo. Pierpaolo è un vero talento di comunicazione, recita le sue canzoni, le mima, le vive su quel corpo da ragazzo del ’68. Impetuoso, effervescente, tiene il microfono tra le mani come una parte di sé, a volte come un pugnale. Si getta sulla folla, che lo fa fluttuare sui palmi, indispettendo la security, seriosa, che lo riporta affannato sul palco.
La batteria impazza in cambi di ritmo hardcore, veloce, feroce, colpisce. Il basso punkeggia follemente. Gionata è un virtuoso e Manzan riesce a creare intimistiche atmosfere con il violino.
Il ‘Teatro’ ha ripercorso la strada finora affrontata in “L’Impero delle Tenebre” (La Tempesta-2007) e “A Sangue Freddo” (La Tempesta-2009). Questo è rock’n’roll, ragazzi! Come non se ne sentiva da anni in Italia.

Lina Rignanese

domenica 13 giugno 2010

M.I.A., Gavras e il videoclip della discordia: "Born Free"














Violenti militari contro civili. Ragazzi con la kefiah che lanciano molotov sui blindati. Stato contro dissidenti. Sri Lanka vs le rosse “Tigri Tamil”. Rimandi alle carceri-lager dell’Arizona, Guantanamo, Abu Ghraib. Scritte indipendentiste come “Our day will come” (storico slogan dell’IRA: “verrà il nostro giorno”). La morte di un bambino freddato alla tempia da un soldato. Fuggitivi spappolati da mine antiuomo. Non è un bollettino di guerra, ma il video della canzone “Born Free” di M.I.A. (alias Mathangi “Maya” Arulpragasam) girato da Romain Gavras, figlio di Constantin Costa Gavras e compreso nel terzo album della rapper londinese: “/\/\/\Y/\” (XL Recordings), (si legga “Maya”), in uscita il prossimo 13 luglio.
Il brano non era destinato come singolo (quello ufficiale è “XXXO” uscito l’11 maggio), ma l’autrice, contrariamente alla casa discografica, aveva deciso di farlo girare per mano del regista francese, avvezzo a polemiche suscitate per i suoi lavori, come nel caso del precedente clip di “Strees” dei Justice, una sorta di citazione de “I Guerrieri della Notte” ambientata nella banlieue parigina.
La violenza del video, lo splatter allucinato ha portato il clip (messo in rete il 26 aprile scorso) ad essere censurato su youtube e su MTV ed è costato all’autrice feroci accuse di essere una terrorista.
M.I.A., di origini Tamil, ha sempre mostrato una accesa sensibilità verso la guerra civile che si sta consumando tra le acque del Bengala. Ha più volte riconosciuto il governo dello Sri Lanka come colpevole del genocidio della popolazione di minoranza.
La trentaquattrenne artista, oltre ad essere rapper, autrice di canzoni, produttrice, fotografa, graphic-designer e visual artist, è, infatti, anche un’accanita attivista politica e ha scritto canzoni impegnate su tematiche scottanti come l’immigrazione e i rifugiati politici, oppure sulle guerre spesso taciute come quelle in Darfur, Angola, Trinidad, Liberia.
La sua musica, da lei stessa definita come “altro”, è un insieme di rock-punk, hip hop, campionature elettroniche, suoni registrati, funk e influenze ethno-music. Uno stile che va dai Clash o dai Suicide (la campionatura del brano “Born Free” è una citazione del brano dei Suicide “Ghost Rider”) ai battiti giamaicani, ai ritmi indiani, alle percussioni africane.
Musica da ballare, ma anche da riflettere. Impegno e tenacia per la giovane artista londinese.

Lina Rignanese

M.I.A, Born Free from ROMAIN-GAVRAS on Vimeo.

giovedì 10 giugno 2010

“FILIPPO SCÒZZARI E L’INSONNIA OCCIDENTALE”


















Un libro sull’inquietudine che crea insonnia. “Filippo Scòzzari e l’insonnia occidentale” (Coniglio Editore/2010) è un insieme di racconti che l’(ex?) autore di fumetti bolognese dice “siano nati dal bisogno di interrogare se stesso su cosa non lo facesse dormire”. Si tratta di pagine e pagine ritrovate dentro gli scatoloni della mansarda, che Scòzzari riprende in mano, rispolvera, riscrivere attraverso le fil rouge della “giustificazione socio-politica” – dice beffardo l’autore, di buttar via dalla pancia tutte le quotidiane nefandezze che lo rendono furioso. È un pamphlet pieno zeppo di nemici da insultare, prendere a calci, deridere scimmiottandone il linguaggio, di fantasticherie da “arcivernice” su riviste porno. Tutto ciò che crea quei crampi e quelle macchiette mentali che di notte proprio non fanno dormire. È un testo irriverente, scritto con il coltello affilato e il ghigno sarcastico.
Si va dalla critica dell’uso della lingua italiana da parte dei giovani, che definisce “un incrocio tra i carciofi e le amebe”, tanto per andare sul sottile. Alle invettive contro il consumismo più forsennato, contro la stupidità della gente, contro la mala sanità e l’affaristica aziendalizzazione degli ospedali, contro l’Argentina dei Colonnelli, contro gli odierni miti farlocchi. È un assalto su più fronti, a differenza del precedente “XXX – Racconti Porno” (Coniglio Editore/2008)
“È tutto una bestemmia!” – afferma Scòzzari – “è un libro liberatorio, un’arma”, che definisce “vigliacca”, “nel senso che punta il dito, aguzza la lingua contro qualcuno, ma questi, però, non può controbattere”.
Dopo gli anni Settanta- Ottanta- Novanta passati a fare fumetti inventandosi, tra l’altro, insieme a Stefano Tamburini, Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli, riviste fondamentali come “Cannibale” e “Frigidaire”, Filippo Scòzzari lascia la matita per la tastiera del computer, che diventa magicamente “il mandante della sua scrittura”. Afferma, infatti, l’autore: “dopo ore e ore passate davanti allo schermo blu, il monitor è come se mi dicesse: “ma cosa fai qui davanti? Esci, guarda il mondo”. “E così invece di uscire sono entrato dentro me e mi sono interrogato sui doloroni, dolorini, sulle tare che mi danno insonnia”.

Lina Rignanese

mercoledì 9 giugno 2010

28 GIORNI DOPO

di Emiliano Sportelli


















La follia e la brama di potere sono peculiarità della natura umana, caratteristiche queste che accomunano l’uomo del nostro tempo e che spingono la sua mente e la sua stessa indole verso confini che, una volta varcati, risultano essere il punto di non ritorno, un baratro buio dove ormai la realtà è stata dettata.

Danny Boyle ci presenta in “28 giorni dopo” proprio questa realtà appena accennata; il film ruota attorno alla diffusione di un potente virus della rabbia che, iniettato in delle scimmie, è riuscito a diffondersi tramite contatto fisico negli esseri umani. Protagonista del film è un ragazzo: Jim (Cillian Murphy) che, svegliatosi dal coma dopo 28 giorni, scopre una Londra praticamente deserta e disabitata; da lì in avanti, comincerà la sua disperata ricerca della salvezza insieme ad altri sopravvissuti, cercando in tutti i modi di riuscire a trovare un luogo sicuro lontano dal virus.

La pellicola di Boyle ripercorre il classico “cammino” del film post-apocalittico: la diffusione del virus, il contagio di massa, l’alleanza tra i superstiti e la loro lotta per la sopravvivenza. Lo scenario presentato ci fa subito pensare ai lavori dell’eterno George A. Romero (il papà degli zombie) che, con invidiabile maestria, è riuscito a renderci partecipi di possibili universi decadenti. Chiari sono infatti i riferimenti e gli omaggi che Boyle ha voluto rendere a Romero: gli infetti che si vedono nel film, altro non sono che una sfaccettatura dei classici zombie visti in lavori quali “The night of the living dead” o “Down of the dead”.

Così come detto di Romero, anche in “28 giorni dopo” il regista ha messo lo spettatore di fronte alla possibilità di immaginare un’orribile sfaccettatura della realtà, mettendoci poi nella condizione di chiederci: “Come sarebbe il mondo se…”
Risulta poi chiaro il motivo e la causa di questa decadenza: l’uomo. Come spesso accade infatti i mali che affliggono l’essere umano altro non sono che lo specchio del proprio essere; cercare, in questo contesto, un colpevole diverso dall’uomo stesso sarebbe una ricerca vana ed inutile.

Diretto nel 2002, “28 giorni dopo” prende di mira anche la voglia di controllare, dominare e conquistare insita nel genere umano; queste sue ambizioni sono armi a doppio taglio che si ripercuotono contro e il tentativo di voler soddisfare queste assurde pretese, diventa il problema di fondo del male che l’uomo compie verso sé stesso.

martedì 8 giugno 2010

Sourya e Nelson al Festival di Musica "Villa Aperta"


Si è concluso con due gruppi francesi emergenti il Festival della Musica “Villa aperta” presso Villa Medici. L’etichetta ‘Industry of Cool’ ha proposto due nomi che stanno facendo parlare molto di sé, non solo in Francia. Stiamo parlando dei ‘Sourya’ e dei ‘Nelson’. I primi sono stati definiti da Alan McGee (primo produttore degli Oasis ed ex-manager dei Libertines) come gli autori di un “nuovo rock francese”. I secondi sono stati annunciati dalla rivista britannica NME come “cento volte meglio delle tante band influenzate dai Libertines che stanno pullulando a Parigi in questo periodo”.


I Sourya aprono la serata, passando dalle ballads più melodiche all’elettronica da ballare. E il pubblico balla. Come, d’altronde, rimanere inermi davanti a due synth, due tastiere e una drum pad? Divertenti, senza dubbio. Ricordano i Depeche Mode delle origini (senza la profondità della voce di Dave Gahan, però). Meno appassionanti, invece, le ballate voce e chitarra. Il gruppo è composto da Sou Voravong (voce, chitarra, synth), Arnaud Colinart (drum pad), Rudy Phounpadith (basso, tastiere) e Julien Coulon (synth, tastiere e chitarra).
Cambio di palco, ed è la volta dei Nelson, ovvero Gregory Kowalski (voce, chitarra, tastiere), JB Devay (basso, tastiere e chitarra), David Nichols (chitarra) e Thomas Pirot (batteria). I quattro ragazzi di Parigi mantengono alta la serata, così il pubblico continua a danzare su questo rock melodico amplificato a dovere. Due band di qualità che si spera continueranno a far parlare di sé anche nel nostro Paese, ormai sempre più martellato dai soliti noti e mortificato da “emergenti” di reality. Fatevi sotto, etichette indipendenti italiane! Fatevi sotto, emergenti italiani! Nel sottoscala dell’underground c’è tanta buona musica, apriamo i battenti!

Lina Rignanese

lunedì 7 giugno 2010

Get Well Soon - dal Festival di Musica Villa Aperta



















Roma, 6 giugno 2010 - Chiudere gli occhi e lasciarsi ondeggiare dalla delicatezza vellutata dei Get Well Soon (un nome di buon auspicio!). Il gruppo berlinese si è esibito al “Villa Aperta”, festival di musica organizzato dall’Accademia di Francia in collaborazione con Paris Rockin’, presso la suggestiva e pittoresca Villa Medici. Band nata dalle mente del polistrumentista Konstantin Gropper, il quale nei live suona accompagnato da Timo Kumpf (basso), Maximilian Schenkel (chitarra, xilofono e tromba), Verena Gropper (violino e voce), Daniel Roos (piano, synth e xilofono) e Paul Kenny (batteria). Un sound che ricalca i toni malinconici dei Radiohead con una voce (quella di Konstantin) che si fa cupa e tesa al tempo stesso, riuscendo a penetrare nell’immaginario dell’ascoltatore, trasmettendo tutto il mondo visionario dell’autore. Un mondo fatto di citazioni colte, di filosofia antica, musica classica e cinema, come l’ultimo album, ‘Vexations’ (City Slang/2010), un concept sulle vessazioni dell’animo umano e sulle cure per superarle. “Un album di appunti” – come lo definisce lo stesso Konstantin – dove Seneca, Herzog, Sartre, gli Stoici, convivono, divenendo spunti di riflessione, di conversazione. Di canzoni.
Un live conturbante e intrigante. I sei coinvolgono da subito gli spettatori con atmosfere “darkeggianti” e mai grevi, aperture sonore che danno spazio e non opprimono. Questo è un loro punto a favore, così pezzi come ‘If this hat is missing’ o ‘Angry Young Man’ (del precedente album ‘Rest Now, Weary Head! You Will Get Well Soon’ - 2008), ‘We are free’, ‘5 Steps – 7 Words’ o ‘Werner Herzog Gets Shot’ (da ‘Vexations’) lasciano senza fiato per bellezza, non si può non ballare, facendo attenzione a non versarsi addosso i vodka-tonic, drink che ci hanno accompagnato per tutta la serata - ringraziando i baristi del free bar! Due le cover proposte: ‘Born Slippy’ degli ‘Underworld’ e ‘La Chanson d’Hélène’ di Romy Schneider.
Una interessante scoperta, questo gruppo. Intensi ed esaltanti, senza essere scontati. Dal vivo energici e ben affiatati.

Lina Rignanese

venerdì 4 giugno 2010

“Sia fatta la mia volontà”, il documentario sulla libertà di scelta


















Cos’è un funerale civile? Cosa occorre per organizzarlo? Dove viene celebrato? Esiste una ritualità laica? Questi sono gli interrogativi che l’Associazione culturale romana “Schegge di Cotone” si è posta realizzando il documentario “Sia fatta la mia volontà”. Video ideato da Emanuele di Giacomo e Ottavia Leoni e realizzato dalla stessa Leoni, con Paola Bordi ed Elisa Capo.
Il pretesto narrativo viene dato da una “nonna” arzilla e socialmente attiva, che chiede aiuto alle tre nipoti per organizzare il suo funerale laico. Le tre iniziano così un viaggio dapprima telefonico poi su strada, alla ricerca di strutture adeguate per la causa.
Quello che ne viene fuori è un Paese quasi del tutto inadeguato e preso alla sprovvista. Alcuni intervistati hanno rilasciato risposte esilaranti e al tempo stesso preoccupanti: una signora del mercato ha affermato che non esistono “funerali incivili”, il meccanico ha pensato che “civile” fosse il contrario di “militare”, un altro signore ha risposto stupefatto: “perché si può avere un funerale diverso da quello religioso?”. Ad illuminarci è invece Guido Peagno, presidente della Socrem – Società italiana per la Cremazione, che ha chiarito: “Il funerale civile è un funerale laico non religioso”.
Ottenuta una definizione, non resta che organizzarlo. È il momento di interpellare gli addetti ai lavori: le pompe funebri. Dalla ricerca telefonica che ha percorso tutta la penisola, viene fuori un Sud completamente allo scuro di tutto, che ne ignora l’esistenza dando per scontato che i funerali siano legati alla religione, qualunque essa sia. In tal senso, ad esempio, hanno affermato da Catania: “se esiste una Chiesa laica, ci sarà un funerale laico…”. Dal nord invece delle realtà già organizzate e funzionanti: la Fondazione Fabretti e la Socrem di Torino, l’associazione “La Ginestra” di Treviso, don Alessandro Santoro, un alternativo prete toscano impegnato sia nel celebrare unioni omosessuali sia a prendere parte a funerali civili.
Cosa occorre, dunque, per il rito? Innanzitutto un luogo dignitoso e un cerimoniere. Molti comuni mettono a disposizione delle “Sale del commiato” (a Roma è in uso il Tempietto egizio del Verano), dove è possibile leggere poesie, ascoltare musica, suonare o semplicemente salutare il defunto, a seconda delle richieste. Infine, la possibilità di inumare la salma o di cremarla.
Tutto il documentario ruota intorno al diritto di scelta, di libertà individuale. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere sulla propria morte. Così come dovrebbe poter scegliere riguardo il diritto ad essere curato: poter decidere se rifiutare o meno determinati trattamenti terapeutici, poter esprimere da senziente le proprie volontà per determinare quando i trattamenti medici diventano troppo gravosi e non dignitosi. Un testamento biologico è necessario, come emerge dal video-testamento che Paolo Ravasin, completamente immobilizzato dalla Sclerosi laterale amiotrofica, ha fatto girare in web.
È in ballo la laicità dello Stato, che non è il negare la religione, ma permettere a chi non è credente di decidere in base al proprio percorso spirituale, in base alla propria coscienza, senza essere travolto dalle scelte di maggioranza. Solo in nome della propria libertà di scelta. In principio vi era il libero arbitrio…

CREDITS:

"SIA FATTA LA MIA VOLONTA'" (2010)
di Emanuele Di Giacomo e Ottavia Leoni
diretto e interpretato da Paola Bordi, Elisa Capo e Ottavia Leoni
montato da Krieath
musiche di Gabriele Ortenzi
prodotto da Schegge di Cotone

Lina Rignanese

martedì 1 giugno 2010

Incontro con il funky-rapper "Manu Phl"











Sabato pomeriggio di fine maggio. Pranzo pomeridiano rigorosamente vegetariano. Tra un boccone e l’altro chiacchiero con Manu Phl (aka Emanuele Flandoli). Manu è un funky-rapper venuto da Pisa e trapiantato a Roma. Occhiali da nerd, polo rigata, riccioluti capelli da clown. Musicista a tutto tondo: bassista, una passione per il synth e l’elettronica, suona “tutto quello che gli capita tra le mani” – si legge sul suo myspace. Riesce anche a vestire i panni del produttore per l’etichetta indipendente “Funkynerd”. Dopo un anno, il 2009, ricco di premi e riconoscimenti: vincitore del Da Bomb Underground Skillz e dell'Hip Hop MEI, questo 2010 è all’insegna della ricerca di nuove sonorità. Un anno in studio, insieme alla crew Motherfunkers - Mista C (beat-maker) e Pietro Squoti (seconda voce) -, che porterà ad un nuovo album. Il quarto targato Phl, dopo le due autoproduzioni “Se Sopravvivo” (2004), “Demodè” (2006) e l'ultimo “Indole indolente” (Funkynerd - 2009).

D: Tanto per iniziare, quali sono le tue influenze musicali?

R: Gaber, Prince, Caparezza e Turi, sono i miei quattro "nonni" musicali.

D: L’hip hop in Italia è stato spesso definito una “nicchia”. Cosa ne pensi?

R: Direi che è una nicchia estremamente ben definita, nel senso che esiste, è ormai una realtà, un genere affermato. Ha i suoi media, le sue riviste specializzate, i suoi critici, i suoi festival, ma contemporaneamente è un mondo fermo, non si sta più espandendo. Chi è nella nicchia vive con la disillusione che non si andrà oltre quei confini di genere. Io con la mia musica sono sempre stato in bilico. Un piede dentro e uno fuori. Per questo nasce il progetto Motherfunkers del nuovo album. Bisogno di espansione. Un po’ di aria fresca.

D:Esiste, secondo te, una “scuola romana”?

R:Esistono due correnti, più che una scuola romana. Una, nella quale mi metto anch’io, scanzonata e dai toni allegri, ma non meno impegnata a livello contenutistico, semplicemente c’è un approccio distaccato e ironico verso la realtà. La seconda, caratterizzata da suoni più cupi e tematiche che esplorano i problemi sociali e quotidiani. L’altra differenza tra le due realtà hip hop riguarda l’approccio verso il mercato: più aperti al contagio i primi, mentre i secondi restano fieramente ancorati al mondo underground.

D:Qual è il rapporto della capitale con gli artisti outsider?

R:Roma funge da raccoglitore soprattutto per artisti del Sud Italia e della provincia in genere. Io sono toscano, vengo da una piccola città, e credo che oggi le energie creative più fresche vengano proprio dalla provincia (penso a artisti provinciali estremamente innovativi come Smania Uagliuns e Carnicats), mentre il sound della città si è un po' fossilizzato, essendosi chiuso in se stesso.

D:Hai dei progetti futuri?

R:In progetto c’è un disco nuovo, nato dal lavoro insieme al collettivo Motherfunkers, che vedrà la collaborazione di artisti provenienti da altri generi musicali. Sulla parte produttiva e distributiva ci sono ancora delle trattative in corso, per ora non dico nulla.

D:Rispetto ai tuoi lavori precedenti, cosa avrà di nuovo il prossimo album?

R:Sarà sicuramente un disco con una più ampia espansione sonora. Un disco che guarda oltre i confini dell’hip hop per aprirsi al reggae, al soul, al rock, all’elettronica. Ci saranno, inoltre, delle collaborazioni con artisti provenienti da altri generi musicali (anche di questo per ora non parlo, sono accordi in progress). I testi manterranno la vena ironica/satirica, ma con un tono meno pessimista rispetto ai precedenti. Introdurrò i tre brani dell’ultimo album che ritengo più rappresentativi (“Sto peggiorando”, “Detesto ammetterlo” e “La vita mi stressa”), in versione ri-arrangiata e ri-registrata. Li porto con me, dato il miglioramento tecnico e produttivo che ci sta riguardando, anche grazie all'intervento di una produzione esterna. E per di più sarà un disco a quattro mani, con la parte musicale (chitarra, basso, tastiere, percussioni e programmazione elettronica) curata insieme a Marco "MistaC" Paolucci.

Lina Rignanese